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Nelle mie “ricerche del tempo perduto” a volte mi spingo in territori limitrofi e tuttavia inesplorati, come mi è accaduto di recente.
Gli anni Settanta sono stati una stagione mitica, fertile, ricca di fermenti musicali, culturali, sociali e politici che ho vissuto marginalmente, dal limbo delle mia infanzia, e che quindi percorro spesso a ritroso riscoprendo personaggi, eventi, ascolti appartenenti a ricordi imprecisi e indistinti. E la mia ultima lettura mi ha fatto compiere uno di questi viaggi, entusiasmanti e visionari, attraverso la produzione di uno dei più grandi fotografi e art director discografici italiani: Cesare Monti.

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Qualche mese fa, precisamente il 14 luglio, ho visitato una mostra dedicata all’artista milanese a Carimate, non lontano dal Castello che per molti anni ospitò i mitici “Stone Castle Studios” in cui vennero registrati album di De André, Dalla, Bennato, Guccini e molti altri, in una stagione dorata che durò 10 anni, dal 1977 al 1987. La mostra delle opere di Monti, intitolata “L’immagine della musica”, proponeva ritratti di Lucio Battisti, Angelo Branduardi, Eugenio Finardi, Pino Daniele e altri significativi musicisti italiani di quel periodo, oltre alle copertine degli album che resero Monti celebre sulla scena internazionale. In quell’occasione personaggi quali Patrizio Fariselli, Ricky Gianco e Gianfranco Manfredi hanno reso la loro testimonianza su Cesare Monti e su quella stagione artistica e per me è stato un grande onore poterli incontrare e scambiare qualche parola con loro.

Organizzatore della mostra, Roberto Manfredi fu stretto collaboratore di Cesare, comparve anche in alcune delle copertine da lui realizzate ed è l’autore del libro “Cesare Monti: L’immagine della musica” (insieme a Vanda Spinello e Alice Montalbetti, rispettivamente moglie e figlia del fotografo) edito da Crac Edizioni.

Monti - cover libro

Il volume, che ho letto tutto d’un fiato nell’arco di una giornata tanto mi ha appassionato, raccoglie i contributi di numerosi artisti che hanno lavorato con Monti, tra i quali Rettore, Angelo Branduardi, Eugenio Finardi, Maurizio Vandelli, Ivan Cattaneo, Gianfranco Manfredi. Nel libro sono inoltre presenti le riproduzioni dei ritratti e delle copertine degli album realizzati per questi ed altri musicisti. Queste ultime sono spesso dotate di una autentica forza visionaria e potrebbero essere considerate emblemi di ciò che Monti stesso definisce “il caos degli anni ’70”. A mio avviso le più originali ed efficaci, da questo punto di vista, sono quelle per album oggi forse meno noti, come “Dedalus”, album dell’omonimo progetto musicale con orologi al posto dei volti, “Cervello” di Melos che ritrae una scatola di pomodori pelati e, sopra tutte, la copertina gatefold con il copriwater che svela un’immagine del Pirellone in “Dedicato a Giovanna G.” di Hunka Munka. Altre copertine, come quelle di “Darwin” del Banco o di “Il mio canto libero” e “Anima latina” di Battisti sono vere e proprie icone della discografia italiana degli anni Settanta e di esse, come di molte altre, viene narrata la genesi, a volte complessa, a volte anche divertente.

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Altrettanto memorabili sono i ritratti in grande formato dei musicisti, realizzati in bianco e nero. A volte i musicisti sono ritratti di spalle, a volte sono immersi nella natura e sempre vengono colti in un’espressione rivelatrice della loro personalità. Uno dei soggetti più fotografati è Lucio Battisti, personaggio notoriamente schivo che però si fece ritrarre da Monti in molte occasioni e portò avanti con lui una lunga e fruttuosa collaborazione.

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I contributi dello stesso Monti, tratti dal suo blog, illustrano chiaramente la sua visione artistica e si soffermano su concetti quali la personalità che emerge da un’opera di arte visiva, la meraviglia con la quale ci si deve accostare a ciò che ci circonda, la necessità di coerenza da parte degli artisti in merito alle questioni economiche. Affettuosa e calorosa, infine, la testimonianza della figlia Alice, che racconta il suo essere bambina nella grande casa milanese situata sopra un cinema, fulcro di creatività, in cui ai flash delle macchine fotografiche si alternavano teneri momenti di intimità familiare.

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Durante la mia lettura avida e curiosa si sono sovrapposte nella mia immaginazione le opere che ho ammirato nella mostra, le loro riproduzioni all’interno del volume e, soprattutto, le mie personali rievocazioni di un passato mitico, non realmente vissuto, forse captato tramite immagini televisive, che si confondono in ricordi indistinti e che prendono forma soltanto oggi, nelle mie frequentazioni consapevoli della musica e della cultura di quell’epoca. Non riesco a descrivere con precisione le sensazioni che questo libro mi ha dato: sicuramente entusiasmo, nostalgia, desiderio irrealizzabile di vivere una stagione ormai trascorsa, ammirazione per chi ne fece parte… Ho deciso di provare a scriverne per fare chiarezza dentro di me, rendendo nel contempo doveroso omaggio a chi ha reso possibile la divulgazione di queste opere senza tempo. E per invitare chi ancora non le conoscesse ad accostarsi ad esse.