La mia patria attuale di Massimo Zamboni: un ritratto dell’Italia contemporanea

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Un inusuale attrezzo arrugginito di ferro ricurvo è sospeso davanti a un muro metà rosa, metà bianco, dall’intonaco scrostato. Si tratta di un Noolurin Sam, usato dagli allevatori mongoli per pettinare il mantello delle capre e ricavarne le preziose fibre di cachemire. Massimo Zamboni, durante uno dei suoi viaggi in Mongolia, ha trovato questo oggetto, probabilmente smarrito da un pastore nomade, e ha deciso di ritrarlo sulla copertina del suo ultimo album, La mia patria attuale. Il perché di questa scelta è spiegato dallo stesso musicista nelle note esplicative del disco: il contrasto tra la durezza, la ruvidità dello strumento e la morbidezza del tessuto che tramite esso viene ricavato evoca le contraddizioni del nostro Paese e l’ottica con cui rivolgere il nostro sguardo ad esso.

“Patria non è parola leggera. È ciò che abbiamo, che siamo, presenza immateriale che giustifica l’essenza profonda di un popolo. Perché, allora, è così difficile pronunciarla?” I dieci brani del recente lavoro del cantautore emiliano sono altrettanti tentativi di rispondere a questo interrogativo. L’album è stato registrato, come tanti altri dischi pubblicati in questi ultimi mesi, nel periodo della pandemia, tra autocertificazioni, impossibilità di condivisione, senso di straniamento, in uno dei momenti più complessi e drammatici della nostra storia recente, quando l’attualità dell’essere cittadini di questo Paese si tingeva ancor più di sconforto, di sfiducia, di dubbio, tra proclami, propaganda, disinformazione, limitazioni della libertà e contrasti che si acuivano a dismisura. Così, per un artista, parlare della nostra patria attuale diviene una sfida non semplice da affrontare. La scrittura musicale e poetica lucida, diretta e al tempo stesso evocativa di Zamboni coglie questa opportunità e realizza una sequenza di tracce memorabili, in uno dei lavori più riusciti del panorama italiano di questi ultimi anni, in cui i messaggi arrivano dritti al cuore.

L’Italia è circondata dal mare, “mare nostro e di tutti gli altri”, una distesa di acque che consola per la sua bellezza e che al tempo stesso opprime al pensiero delle voci urlanti di tutti coloro che in esse hanno perso la vita e la speranza in un viaggio senza futuro. E “chi non ha avuto casa ancora, casa non avrà, chi è rimasto a lungo solo, solo ancora resterà”: perché la patria, la “terra dei padri”, non è di tutti, non è per tutti, qualcuno esclude e non sempre accoglie, come recita Canto degli Sciagurati, canzone che ricorda l’incedere incalzante di pezzi dei CSI anche nelle liriche (“questo è ciò che sembra, ciò che sembra non è”). Non solo: in seno alla patria si consumano tragedie come quella rievocata da questo stesso brano, che descrive il dramma di coloro che, pur crivellati di colpi, hanno avuto il coraggio di affermare la propria identità, mentre “da ogni foro sgorga qualcosa chiamato memoria”. Di fronte a questa “aria sconsolata” che tira ovunque, è necessario avere più coraggio, piangere i propri morti, sentirsi uguali nei torti e nelle offese, come si afferma in Ora ancora. La fuga dalla propria patria non è la soluzione, anche se potrebbe rappresentare una tentazione: bisogna restare e lottare per ciò in cui si crede, consolidare e riaffermare i propri valori di solidarietà, di democrazia, la difesa della memoria storica, la costruzione della dignità. Nonostante la vita frenetica, senza pause, nonostante “la caduta tendenziale di ogni verità assodata” a cui allude Italia chi amò. E all’Italia abbandonata si può dedicare una ballata dal sapore gucciniano, in cui si vive alla giornata, si salva il salvabile, si tira a campare, ma solo apparentemente: resta infatti incrollabile la speranza che un domani “si aprirà un solco sui volti infelici/verrà quel tempo e ci sembrerà strano/di essere stati l’un l’altro nemici”. Perché la nostra patria attuale è piena di bellezza offesa, di cecità, è onesta solo per metà, ma “cambierà, già prima del mattino, svegliandosi”.

Un’altra ancora di salvezza è rappresentata dal rapporto di coppia, luogo privilegiato di un sentimento che da Zamboni non viene quasi mai esplicitato, quasi per discrezione o per riserbo, come se la sfera privata dell’individuo dovesse essere tutelata da ciò che potrebbe contaminarla o sminuirla; ma proprio la dimensione a due può aprire nuovi varchi di luce e di apertura verso un esistente più confortevole. Nove ore, che allude a queste dinamiche, è la nuova versione di un brano già pubblicato anni fa in duetto con Angela Baraldi, che in origine aveva un piglio più rock e che ora si riveste di sonorità più distese. Si tratta di una canzone intimista e insieme rivolta all’esterno; in essa il legame affettivo è baluardo alla putredine che scava dentro l’anima, a tutto ciò che non funziona al di fuori di noi, ed offre consolazione, restituisce senso al quotidiano, coraggio e voglia di vivere: “sento che non mi manca nulla e vorrei divorare il mondo/per la gioia faticosa che mi dà”.

Una volta riconquistata la fiducia, accade che una parola quasi desueta, “compagni”, possa tornare ad essere pronunciata fermamente, collettivamente, sebbene i punti di riferimento di un tempo sembrino essere venuti meno, mentre ciò di cui avere paura (croci uncinate, spade sguainate, sepolcri imbiancati) persiste. Si possono anche lasciar cadere simboli che si sono svuotati di significato, purché i valori che uniscono le persone restino immutati. E se anche il nemico è penetrato nelle nostre città, la speranza resta. Esiste infatti un modo emiliano di portare il pianto che consente di cantare anche nel buio, senza provare dolore. Persiste l’ideale che la nostra patria attuale si possa salvare dallo sfacelo. Perché la patria siamo noi: l’Italia, come suggerisce lo stesso Zamboni nelle note di copertina, è fatta di singoli, ma anche di associazioni che si adoperano per preservare la dimensione collettiva dell’essere, la solidarietà, la condivisione di valori e di bellezza. E dunque non c’è spazio per lamentarsi: si prende atto dei limiti del reale per andare avanti, per costruire, poiché dopo la disillusione vengono necessariamente l’impegno e l’incanto. Il punto di vista privilegiato di un artista come Massimo Zamboni coglie tanto i segnali sconfortanti che l’esistente emana che i semi della ripresa, ed infonde nell’ascoltatore consapevolezza e fiducia nel fatto che l’attualità, nella sua complessità, sia un’opportunità per realizzare la grandezza e la dignità dell’essere umano.

Da segnalare, in esclusiva sul sito librerie.coop, le due edizioni speciali dell’album: il CD box contenente CD + booklet 20 pagine + set di 12 cartoline con scritti inediti e scatti fotografici di Massimo Zamboni; e il LP VINILE o grigio + set di stampe 30×30 cm con scritti inediti e scatti fotografici di Massimo Zamboni.

Tracce:

01.   Gli altri e il mare

02.   Canto degli sciagurati

03.   Ora ancora

04.   Italia chi amò

05.   Il nemico

06.  Tira ovunque un’aria sconsolata  

07.  Nove ore  

08.  La mia patria attuale 

09.  Fermamente collettivamente  

10. Il modo emiliano di fermare il canto

Musicisti: Massimo Zamboni: voce, chitarre, basso, programmazioni – Alessandro “Asso” Stefana: chitarra acustica, chitarra elettrica, bouzouki, pianoforte, mellotron, organo, omnichord, basso, echi a nastro – Cristiano Roversi: basso, tastiere, orchestrazioni – Erik Montanari: chitarre – Gigi Cavalli Cocchi: batteria – Simone Beneventi: percussioni – Andrea Lamacchia: contrabbasso in Fermamente Collettivamente – Alessandro Pipino: tastiera in Il modo emiliano di portare il pianto
Concerto a fiato L’UsignoloMirco Ghirardini: quartino e sax – Fabio Codeluppi: tromba – Valentino Spaggiari: bombardino e trombone – Dimer Maccaferri: corno – Gianluigi Gialla Paganelli: tuba