«È un disco molto triste, terribile. Hai visto la copertina, con le palme finte e le foto in bianco e nero? E le foto interne: tutte storie piccolo-borghesi, da immediato dopoguerra, storie di neorealismo». Così nel 1992 Fabrizio De André, in un’intervista per il mensile “Mucchio Selvaggio”, si esprimeva a proposito dell’artwork del suo nono album, “Rimini”.
Scritto a quattro mani con Massimo Bubola, il full-length venne pubblicato il 2 maggio 1978 e rispetto ad alcuni lavori precedenti si allontana dalla tradizione degli chansonniers francesi come Georges Brassens, da cui Faber aveva più volte preso spunto, per andare in direzioni folk-rock che guardano anche alla musica d’oltreoceano. Compaiono, inoltre, temi sociali e politici, anche se in maniera meno esplicita rispetto a dischi come “Storia di un impiegato”(1973): la canzone Coda di lupo, ad esempio, contiene riferimenti  al fallimento della rivolta del Sessantotto e al conseguente riflusso che si espresse nel Movimento del ’77, con la citazione dell’episodio di contestazione nei confronti del sindacalista della CGIL Luciano Lama all’Università “La Sapienza” di Roma. Tra i brani più conosciuti ed amati, citiamo poi Avventura a Durango (versione italiana di Romance in Durango di Bob Dylan), Andrea, Sally e naturalmente la title track.
L’artwork dell’album, edito da Ricordi, venne affidato a Cesare “Caesar” Monti, fotografo e art director che in quegli anni aveva progettato numerose copertine per Lucio Battisti e per molti altri cantautori e gruppi italiani. Monti, scomparso nel 2015, ha raccontato nel suo blog https://cesaremonti.blogspot.com/ i retroscena della realizzazione di “Rimini”.
Nel 1978 De André era ancora sotto contratto con la Produttori Associati, la casa discografica di Antonio Casetta, visionario creatore dei mitici Stone Castle Studios di Carimate in cui verrà poi registrato, qualche anno più tardi, “Creuza de mä”.

Poiché il produttore si trovava in difficoltà economiche, si decise di chiedere al Comune di Rimini, in virtù della menzione della città nel titolo del disco, una sorta di sponsorizzazione per ultimare le registrazioni.
Così Cesare Monti ricorda l’episodio:
«Spinto da Fabrizio, telefonai al Comune di Rimini, ma presi una cantonata memorabile: parlando con un responsabile raccontai che De André stava per pubblicare un 33 giri dal titolo “Rimini” e, aggrappandomi ad una trovata del momento, raccontai che la storia era incentrata su una cittadina, Rimini, che prende vita solo d’estate… stupidaggine più grossa non potevo dire».
L’affermazione improvvisata, non premeditata, del fotografo causa il campanilistico sdegno del funzionario riminese: «Dall’altra parte della cornetta ci fu il gelo, poi: “Lei si sta confondendo con un’altra località, Cattolica, per esempio. Noi qui siamo ricchi di storia, lei indubbiamente non rammenta Francesca da Rimini e Paolo Malatesta, una storia d’amore citata nel quinto canto dell’Inferno dal sommo poeta Dante Alighieri.” Fu il tracollo, cercai di arrampicarmi sui vetri ma oramai la frittata era fatta».
Il piccolo “incidente diplomatico” fa sì che Cesare non ottenga alcun contributo e dunque, per effettuare il sopralluogo necessario alla realizzazione della photo session per la copertina dell’album, è costretto a pagare di tasca sua l’alloggio presso “uno di quegli alberghi tipici per famiglie” che il Comune si era limitato a prenotare per lui, senza null’altro offrirgli.
Il fotografo giunge a Rimini il giorno dopo Ferragosto e si reca immediatamente in spiaggia.
Il luogo non gli è familiare: «Non ero mai stato un frequentatore della costa romagnola, tranne durante una tournée estiva di mio fratello» (Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik, ndr.). Nel pomeriggio le condizioni metereologiche non sono delle migliori, ma la luce che filtra attraverso le nubi può conferire una particolare qualità agli scatti, evidenziando i chiaroscuri. È in questa circostanza che viene fotografata la signora anziana che finirà poi sul retro della copertina dell’album.

La mattina seguente, invece, il cielo è terso. Il bagnasciuga è, come di consueto, affollato di bagnanti, i cui orizzonti esistenziali appaiono a Monti un po’ limitati: gli sembra, infatti, di trovarsi sul corso principale all’ora dello struscio, «con l’unica differenza che erano tutti in costume da bagno, si muovevano continuamente su e giù, quasi che il mare fosse lì solo come contorno, interessava a pochi».
In cerca di ispirazione, “Caesar” si guarda intorno e ha improvvisamente un’intuizione che porterà all’idea per lo scatto di copertina. È un’installazione di dubbio gusto, una finta scenografia hawaiana realizzata in plastica come sfondo per i servizi di un collega fotografo che ritrae i turisti, ad attirare la sua attenzione: si tratta di «un vero e proprio set con tanto di palme di plastica, sfondo con reti colorate, testuggini e stelle marine; inoltre, chi voleva poteva indossare delle gonnelline di plastica colorata che, come tende di una gelateria, pendevano attorno a quelle pance flaccide o rinsecchite dall’età». L’allestimento finto-esotico pare riscuotere molti consensi da parte delle turiste più attempate: esse, evidentemente, sperano di mostrare quegli scatti alle amiche al ritorno dalle vacanze, millantando di essere state in viaggio nelle isole del Pacifico.
La scena un po’ surreale sembra per Cesare incarnare l’autentico spirito della città romagnola, nei cui stabilimenti balneari si riversano turisti superficiali e distratti che, “tra i gelati e le bandiere”, si mostrano indifferenti ai drammi altrui, oltre a rispecchiare i contenuti del disco. La title track Rimini, infatti, racconta la storia di Teresa, una ragazza che vive un’effimera storia d’amore con un bagnino, di quelle che durano solo il tempo della stagione estiva, per poi ritrovarsi incinta e decidere di abortire. Il testo della canzone, scritto in gran parte da Massimo Bubola, si fa visionario nel descrivere le fantasticherie della “figlia del droghiere”. Nelle liriche Teresa evade mentalmente dai confini della riviera adriatica, immaginando di incontrare Cristoforo Colombo e che il suo ragazzo sia stato ucciso a New York, per sfidare l’incomprensione dei moralisti e dei perbenisti che fanno pettegolezzi sul suo conto.
Questa è dunque Rimini, per De André, Bubola e per lo stesso Monti: non la terra di Paolo e Francesca di dantesca memoria, bensì città-simbolo «di quel mondo dell’apparenza che stava sempre più facendosi strada».

Il soggiorno di Cesare Monti per la realizzazione del servizio fotografico per l’artwork di “Rimini” dura solo due giorni a causa del budget limitato (tra treno e albergo, “Caesar” riesce per fortuna a spendere solo trentamila lire). Durante la sua permanenza il suo pensiero vola anche a Federico Fellini, a cui la località romagnola ha dato i natali. La foto scattata alla stazione che campeggia all’interno del gatefold vuole dunque essere una specie di “piccolo risarcimento mentale” che possa restituire dignità all’immagine della città.
La qualità dell’immagine, particolarmente sgranata, le conferisce un’atmosfera rétro, quasi fosse stata scattata vent’anni o trent’anni prima, quando il cinema neorealista raccontava l’Italia del dopoguerra e del miracolo economico, tra le difficoltà della ripresa e le speranze, spesso disilluse, in un avvenire migliore. Le foto di Monti, come quelle dell’epoca del Neorealismo (pensiamo alle opere di Nino Migliori e di Piergiorgio Branzi) riescono a rappresentare la realtà riminese senza retorica, immortalando individui di tutte le età in vari momenti della loro vacanza o in istanti di vita quotidiana, dando vita ad illustrazioni che accostate nel booklet ai testi delle canzoni assumono connotazioni fortemente evocative.

È soprattutto la spiaggia a offrire la maggior parte degli spunti. Compaiono, ad esempio, tre bagnini, seduti su sedie “da regista”, con l’aria annoiata, intenti a scrutare i passanti (e magari ad adocchiare le belle ragazze). Il parallelo con una delle varie versioni della locandina del film “I vitelloni” di Federico Fellini (1953) in cui tre dei protagonisti, giovani sfaccendati ed edonisti “di buona famiglia” tra i quali Alberto (interpretato da Alberto Sordi) sono seduti al tavolino di un bar e fanno commenti sui passanti, è senz’altro plausibile, ed è confermata dallo stesso fotografo: nella photo session da lui realizzata nei due giorni riminesi ci sono, a suo modo di vedere, «due mondi a confronto, da una parte i padri, dall’altra i “vitelloni”, il nuovo modo di essere uomo, padre e marito con la pigrizia della staticità umana. Erano anni in cui le donne non accettavano più di essere considerate solo come madri, mogli e amanti, ma pretendevano di essere viste come esseri umani, e la terra del “vitellonismo” del maschio conquistatore disegnato da un grande concittadino come Fellini vedeva nella Rimini balneare il suo culmine».

Le altre immagini catturate sul litorale sono quella del bambino dall’aria triste, seduto tra i due genitori girati di spalle impegnati a montare l’ombrellone (Sally); la coppia di giocatori di bocce, uno in costume da bagno, l’altro in canottiera bianca, forse a voler alludere alla tematica omosessuale di Andrea, e infine il passeggino sospinto sulla riva da due uomini, probabilmente papà e nonno del bimbo (Parlando del naufragio della London Valour).

Ma Rimini non è solo mare, spiaggia e turismo “sfrenato e selvaggio”: è anche una delle zone agricole più produttive della Romagna ed è così che il fotografo, senza volerlo, si ritrova nella piazza principale, dove hanno luogo il mercato ed il ritrovo settimanale dei contadini, che gli forniscono l’occasione per realizzare altri scatti. Ecco come egli descrive uno di essi:
L’immagine degli uomini girati di spalle rappresenta appieno Volta la carta: è il mistero che sta dietro le cose, l’altra faccia della Luna. «Pensi che stiano guardando una partita di calcio o l’esibizione di un teatrante o la vendita di pentole e non puoi neppure capire quale sentimento provano perché non ne vedi l’espressione: il muro di spalle ti impedisce di verificare, ma questo non ti vieta di farti delle domande, e di sperare che dietro ci sia la concretizzazione dei sogni».

La folla prevalentemente maschile che gremisce il mercato accompagna la traccia in dialetto gallurese Zirichiltaggia, mentre una bancarella di rinfreschi è l’enigmatico corrispettivo visuale di Coda di lupo. Fu Fabrizio De André a spiegare nella già citata intervista a “Mucchio Selvaggio” la scelta di questa foto, abbinata ad un brano che, come si è detto, vuole alludere al fallimento del Movimento del Settantasette:
«Non a caso l’illustrazione che… si accoppia alla canzone è quella del venditore di cocomeri: un modo di dire, è fallito tutto, andiamo a fare un mestiere qualsiasi, allora vendere cocomeri può valere come “andare a cacciare i bisonti in Brianza”, come recita un verso del brano».

Anche l’ambiente del modesto albergo dove alloggia costituisce per Cesare una fonte di ispirazione: la dimessa immagine affiancata al testo di Avventura a Durango rappresenta la propria camera, priva di bidet, sostituito da un prosaico accessorio portatile in plastica.

Ma ciò che colpisce il fotografo è soprattutto il contrasto tra apparenza e realtà, tra il “mondo dei sogni” che i vacanzieri vorrebbero abitare, anche solo per la breve durata del proprio soggiorno, e la realtà piccolo-borghese, la mentalità ristretta, le meschine e venali aspirazioni di molti di loro. Le conclusioni che egli trae a posteriori, nel 2012, ripensando al significato del proprio lavoro sull’artwork di “Rimini”, sono in sintonia con ciò che lo stesso Faber aveva commentato: le fotografie, così come molte delle storie narrate nelle canzoni, descrivono l’universo della piccola borghesia verso cui il cantautore genovese prova disprezzo e riprovazione.
La retrocopertina, infine, vede due foto accostate. La prima è quella, divenuta iconica, di Fabrizio addormentato per la stanchezza in una sala di incisione, circondato da una selva di microfoni. Il luogo dello scatto è, secondo le diverse fonti, Roma o più probabilmente, una delle stanze dei già citati Stone Castle Studios di Carimate. La seconda è il già citato ritratto dell’anziana signora, seduta su un lettino, completamente vestita e con un foulard in testa, mentre alle sue spalle gli ombrelloni chiusi suggeriscono un’atmosfera di malinconia, legata alla fine della villeggiatura – Ferragosto è ormai alle spalle – e dei sogni vacanzieri: il senso di disillusione e di mancata realizzazione delle promesse dell’estate che essa trasmette è lo stesso che percorre l’amaro testo della title track.

La città di Rimini è stata per molto tempo, e in parte lo è ancora, simbolo delle vacanze dell’italiano medio, luogo frequentemente raccontato nel cinema e nella canzone, teatro di fuggevoli amori estivi, sinonimo di divertimento per famiglie e per turisti di tutte le età. L’omonimo brano di Fabrizio De André e l’artwork dell’album, con gli scatti di Monti, hanno avuto la capacità di distruggere tutti gli stereotipi legati alla città romagnola, facendo retrocedere indietro nel tempo palme, bagnanti ed abitanti e mostrando il lato più malinconico e disilluso della capitale dell’intrattenimento balneare nostrano.

(Il presente articolo era già stato pubblicato sul sito artovercovers.com, in due puntate, il 2 e il 4 maggio 2024).