Il tema della violenza sulle donne raccontato in dieci brani musicali italiani dagli anni Ottanta ad oggi
Il 25 novembre è, dal 1999, la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. La data è stata scelta in ricordo di Patria, Maria Teresa e Minerva Mirabal, attiviste per la libertà del loro Paese, la Repubblica Dominicana, che vennero uccise in questo giorno nel 1960.

Soprannominate mariposas, farfalle, le sorelle Mirabal erano impegnate a denunciare gli orrori e i crimini dalla dittatura militare Rafael Trujilo. Il 25 novembre di 65 anni fa vennero torturate e trucidate dai sicari del generale e i loro corpi furono gettati in un dirupo, simulando un incidente. L’indignazione per la loro morte, che nessuno credette accidentale, sollevò un moto di orrore sia in patria che all’estero, ponendo l’attenzione internazionale sulle nefandezze del regime dominicano e sulla cultura maschilista imperante che non accettava l’idea che le donne potessero occupare uno spazio pubblico e politico.
Pochi mesi dopo l’assassinio delle mariposas, Trujillo fu ucciso e il suo regime cadde. L’unica sorella sopravvissuta, perché non impegnata attivamente, Belgica Adele, ha dedicato la sua vita alla cura dei sei nipoti orfani e a mantenere viva la memoria delle sorelle.

Nel 2009 l’artista Elina Chauvet, per ricordare tutte le donne vittime di violenza, posizionò in una piazza di Ciudad Juárez 33 paia di scarpe femminili, tutte rosse. Zapatos Rojos, questo il titolo dell’installazione, era nata in risposta all’ondata di femminicidi avvenuta durante gli anni Novanta nella città messicana, ma voleva anche ricordare la tragica morte della sorella di Elina per mano del marito. L’opera è stata replicata un gran numero di volte in Messico e in tutto il mondo. Tra le tante in Italia, ricordiamo quella realizzata a Milano nel quartiere Ortica, dove paia di calzature vermiglie sono appese alla ringhiera del Cavalcavia Buccari e in altri sei punti della zona, accompagnate da targhe commemorative.
Le scarpe rosse esposte in luoghi pubblici sono dunque diventate un simbolo della protesta contro il femminicidio, spesso al di là della percezione del pubblico che si tratta di un’opera d’arte.

Il colore rosso è stato in seguito adottato per simboleggiare in maniera più ampia il contrasto alla violenza di genere, in particolare con le panchine, luogo simbolico attorno al quale riunirsi per riflettere. La panchina rossa oggi viene utilizzata per dire “no” alla violenza, e nello specifico alla violenza domestica, per sottolineare come questo problema sia frequente nel contesto familiare.

Ancora prima dell’istituzione della giornata del 25 novembre, numerosi cantautori e cantautrici, gruppi ed interpreti hanno dedicato canzoni alla violenza di genere in tutte le sue forme: dallo stupro alla violenza domestica, fisica e psicologica, ma anche al revenge porn, alla pedofilia, all’incesto, fino al femminicidio. Il numero sempre elevato di donne (ma anche di persone transgender) uccise ogni anno in Italia ha fatto sì che i brani dedicati a questo tema siano sempre più numerosi.
Tra i tanti, ne abbiamo scelti dieci che mettono in luce diversi aspetti della problematica, dal pregiudizio insito in una società ancora patriarcale al ricatto sessuale sui luoghi di lavoro, e a una serie di fatti di cronaca fino all’uccisione di Giulia Cecchettin, la studentessa 22enne barbaramente uccisa dal fidanzato Filippo Turetta in provincia di Padova nel 2023.

ANSA/MATTEO CORNER
Edoardo Bennato, Una ragazza, 1983
Tratto dall’album È arrivato un bastimento, il brano del cantautore partenopeo non parla di violenza accaduta, ma di pregiudizio: in una società fondata su valori retrogradi si ritiene che una ragazza non possa uscire da sola, di sera, se non accompagnata, non solo per tutelare la sua incolumità, ma anche perché l’atto in sé è ritenuto disdicevole. Del resto, non poter uscire per timore di subire violenza è come ammettere che la violenza stessa sia sempre in agguato e che la città sia una giungla popolata da feroci criminali che potrebbero infierire soprattutto sulle giovani donne. Ad ogni modo, con i suoi versi semplici e ottimistici Bennato auspica un cambio di mentalità: se ci saranno altre “mille ragazze che la vorranno imitare”, la protagonista del brano potrà finalmente allontanarsi da casa “sola con il suo sorriso”.
Luca Barbarossa, L’amore rubato, 1988
Con questo brano, il cantautore romano ebbe il merito di toccare un argomento tanto drammatico ed inusuale per un contesto “istituzionale” come quello del Festival di Sanremo: lo stupro. Nel testo il linguaggio crudo del violentatore contrasta fortemente con il punto della vittima, una ragazza che sognava un grande amore romantico e che vede la propria esistenza spezzata da un’inattesa violenza.
La canzone si classificò terza al concorso canoro, ma per Barbarossa si trattò di un’autentica vittoria, avendo risvegliato la consapevolezza del pubblico affrontando un tema che all’epoca rappresentava ancora un tabù. Dario Fo e Franca Rame si complimentarono in diretta, tramite un telegramma, con il cantautore per il coraggio dimostrato nel partecipare alla kermesse con un brano come questo.
Mia Martini, Donna, 1989
Mia Martini ebbe a dichiarare che il testo di questa canzone la rappresentava pienamente perché lei stessa, avendo subito violenze sia come donna che come artista, aveva apprezzato la forza e la sensibilità della scrittura di Enzo Gragnaniello. Il brano è un grido di denuncia contro i soprusi di natura fisica e psicologica che molte donne sono costrette a subire (“Donne piccole e violentate/molte quelle delle borgate… chi la vuole per una notte, c’è chi invece la prende a botte…”) ma è anche un inno alla dignità e alla resilienza che esse dimostrano di fronte alle avversità.
Ivan Graziani, La bella Gina, 1994
Tratto dall’album Malelingue (la cui title track raccontava di una quindicenne vittima del pettegolezzo e del pregiudizio dei benpensanti), questo brano racconta, in modo ironico, una vicenda di ricatto sessuale: una ragazza di provincia che vorrebbe lavorare nel cinema viene costretta da un regista, durante un provino, a spogliarsi con la scusa di verificare che sia “adatta”, ma alla richiesta di togliersi anche le mutandine Gina (questo il suo nome) dà all’uomo “uno schiaffo, come fosse una bomba”. La storia, dunque, ha un lieto fine, perché la giovane donna ha la forza di ribellarsi e di andarsene (“c’è un sì o un no, non c’è mai un chissà, la bella Gina non tornerà”) ma ben sappiamo che questi casi sono molto frequenti e che le molestie sui luoghi di lavoro sono una problematica ricorrente.
Massimo Bubola, Chi fermerà queste croci, 2013
Il brano è una sorta di salmo biblico sull’eterno femminicidio: nei versi è possibile riconoscere una serie di morti femminili avvenute in Italia nel periodo in cui la canzone è stata scritta, ma la tremenda realtà descritta sembra avere una valenza universale.
I fatti di cronaca rievocati sono quelli della giovane Fabiana di Corigliano Calabro, assassinata dal proprio compagno nel 2013; di Alessia Francesca Simonetta, 25 anni, incinta, che viene uccisa davanti al figlio di 14 mesi (2012); di una bambina montenegrina venduta come sposa a 13 anni, violentata, segregata e seviziata con un filo elettrico dal futuro marito e dalla madre di lui a Marghera, sempre nel 2012, e molti altri.
Così lo stesso cantautore ha voluto illustrare il proprio intento:
Leggendo quella macabra lista di donne assassinate, avevo la sensazione che, pur nella difformità della ferocia subita, delle diverse età, dalla prima adolescenza, alla vecchiaia, la diversità dei paesi di provenienza, dello stato sociale, al di là di tutto questo insomma, ci fosse una rappresentazione che univa queste vittime in un comune, grande affresco. Così, un po’ alla volta, ho visto snodarsi, con la forma a spirale dell’infinito, una processione in cui, nell’interminabile colonna, le vittime, come in un mosaico bizantino, avevano le stesse sembianze e gli stessi vestiti, come se la morte le avesse accomunate in un martirio di testimonianza e di lotta, contro una cultura che non vuole accettare la loro libertà di scelta e quindi la loro felicità, vista come la massima provocazione e minaccia per l’assassino spietato e perduto.
Nada, Ballata triste, 2016
Insignita del Premio Amnesty International Italia come miglior brano sui diritti umani del 2016, la canzone narra di una giornata apparentemente normale in cui la situazione precipita ed un litigio di coppia si trasforma in un brutale assassinio. Così la cantautrice livornese ha descritto le fonti di ispirazione del brano:
L’ho scritta un giorno di getto dopo avere sentito per l’ennesima volta l’orrenda storia di un femminicidio. All’inizio non sapevo se registrarla, mi faceva male, ma poi ho pensato che anche in una canzone si possono raccontare sentimenti di ribellione verso situazioni così drammatiche, con la speranza che una voce fra le tante possa suscitare un po’ più di attenzione. Spero che nel futuro prossimo ci si possa comprendere e capire, che l’amore prevalga sulle incompatibilità, e se non l’amore almeno il rispetto.
Brunori SAS, Colpo di pistola, 2017
Questa canzone, una murder ballad ispirata a fatti di cronaca, racconta un femminicidio dal punto di vista dell’assassino. L’io narrante, persona squilibrata in preda a passioni contrastanti ed incontrollabili, cerca di giustificare le proprie azioni rivelando in realtà l’assurdità e la disumanità dei propri gesti, che qualifica come atti di “troppo amore”.
E poi perché l’ho fatto non lo so
Forse per non sentire ancora un altro no
Uscire dalla sua bocca dorata
Prima l’ho uccisa e dopo l’ho baciata
Renato Franchi & His Band, Uomini sotto la pioggia, 2021
In un album pervaso da ottimismo come Mi perdo e m’innamoro, uscito nel 2021 (link alla recensione: https://www.lisolachenoncera.it/rivista/recensioni/mi-perdo-e-minnamoro) il cantautore legnanese inserisce un brano “dissonante”: si tratta di Uomini sotto la pioggia, canzone che rievoca storie metropolitane, delineate con immagini spietate, quasi cinematografiche, che alludono ai drammi che si consumano quotidianamente all’interno di relazioni disfunzionali.
Uomini sotto la pioggia
Fiori spezzati di un temporale
Lampi nella tempesta
Sguardi innocenti da tribunale
Uomini in mezzo alla nebbia
Giorni truccati di un carnevale
Senza più arte né parte
Facce colpevoli da criminale
Quando il temporale diventa tuono
A volte mi sorprendo di essere un uomo
Vinicio Capossela, La cattiva educazione, 2023
Cantata in duetto con Margherita Vicario, la canzone fa parte di Tredici canzoni urgenti, disco vincitore della Targa Tenco 2024 come miglior album. Il brano è un duro atto di accusa contro la mentalità patriarcale e contro gli stereotipi che hanno indubbiamente un peso notevole negli episodi di violenza che troppo spesso si consumano. Le notizie di cronaca nera che documentano i femminicidi, per quanto doverose, rischiano di distogliere l’attenzione dalle responsabilità individuali; è necessario, invece, educare le persone al rispetto, all’affettività, alla cultura di genere partendo dall’età scolare, per sradicare la “cattiva educazione” ancora imperante nelle relazioni, nel linguaggio, nell’immaginario collettivo.
Andreacarlo, Due lune, 2025
Contenuto nell’album Canzoni resistenti (link alla recensione: https://www.lisolachenoncera.it/rivista/recensioni/canzoni-resistenti) il brano, cantato a due voci con R.E.D., allude alle vicende, spesso invisibili, di abuso domestico e ai delitti eclatanti che salgono alla ribalta della cronaca, ma anche ai desideri di tante donne che vorrebbero uscire dalla spirale di una relazione tossica o da una condizione di dignità negata. La canzone è stata scritta successivamente alla tragica morte di Giulia Cecchettin e le “due lune” rappresentano i due volti di coloro che dietro un’apparenza di partner premurosi si rivelano, in realtà, individui persecutori e brutali, ma anche la mancanza di assunzione di responsabilità da parte di chi non vuole ammettere che per risolvere queste problematiche sarebbe necessario un radicale cambiamento nella mentalità corrente.
Questi dieci brani sono solo esempi di come la violenza di genere, declinata in tutte le sue forme, abbia colpito l’ispirazione di cantautori, cantautrici e interpreti, ma avremmo potuto citarne molti altri.
Falena de La Casa del Vento (2001) è dedicata ad una prostituta uccisa da mano ignota; Mio zio (2009) di Carmen Consoli tratta il tema dell’incesto; l’artista è poi ritornata sull’argomento nel 2015 con La signora del quinto piano, su di una donna murata viva dal proprio ex. I Marlene Kuntz hanno invece dato voce ad uno spietato assassino che ha ucciso barbaramente l’ex moglie in 111 (brano tratto da Uno, 2007) e hanno parlato di una donna perseguitata da uno stalker in Adele (da Nella tua luce, 2013). E ancora, Ermal Meta in Vietato morire (2017) ha raccontato la violenza subita dal padre sia nei propri confronti che di quelli di sua madre.
Un elenco di oltre seicento brani, italiani ed internazionali, comprendente anche il repertorio popolare e la scena underground, è contenuto nel sito http://www.antiwarsongs.org:
https://www.antiwarsongs.org/categoria.php?id=56&lang=it con il titolo “Violenza sulle donne: come e peggio della guerra”.
In una giornata in cui, in Italia e nel mondo, si moltiplicano le iniziative e le mobilitazioni, ascoltare qualcuno di questi brani potrebbe aiutare anche le persone più distanti ad un momento di riflessione. Resta il fatto che, per contrastare la violenza di genere, è opportuno che ci siano provvedimenti legislativi, ma bisogna soprattutto partire dalla quotidianità, azzerando gli stereotipi e promuovendo informazione e cultura a tutti i livelli, iniziando dalle scuole.

La foto di copertina è di Giuditta Pellegrini