Riflessioni esistenziali intravedendo la fine del lockdown

Oggi si conclude la mia ottava settimana di lockdown. Il mio volontario isolamento è iniziato, infatti, alla mezzanotte dello scorso 22 febbraio. Da allora non ho più frequentato un luogo pubblico che non fosse un supermercato, ho iniziato a lavorare da casa e ho riorganizzato la mia esistenza in maniera più o meno consapevole.

Con la chiusura delle scuole ed il diffondersi di sentimenti di confusione e di panico, l’idea di non uscire, i primi giorni, non mi ha preoccupato più di tanto. Anche durante le settimane in cui i bar erano ancora aperti ed i locali si stavano svuotando io ho smesso di andarci. Quando ancora ci si poteva allontanare da casa mi sono recata nei boschi per solitarie camminate. Sono riuscita a fare una passeggiata al lago, una in montagna, ho persino scattato qualche foto, e tutto questo fino all’8 marzo, quando è iniziato il lockdown vero, con il divieto di uscire per fermare il contagio.

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Con questa data la situazione è cambiata: sono cominciate le lezioni a distanza a pieno regime, il che significa mattinate piene; sono arrivate centinaia di compiti da correggere, vale a dire ore e ore al computer. Così adesso le mie giornate iniziano la mattina presto davanti ad uno schermo, proseguono il pomeriggio tra varie incombenze domestiche e si concludono stancamente davanti alla televisione, tra i consueti notiziari – che prima dell’emergenza sanitaria non ascoltavo mai – e qualche tentativo di evasione: ho iniziato con una maratona cinematografica dedicata a Carlo Verdone e poi, dopo una manciata di film d’autore, sono approdata alle sette stagioni del tenente Colombo. Sic.

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Penso, in questo momento, di appartenere ad una categoria privilegiata, dato che lavoro da casa, ricevo regolarmente lo stipendio, non corro alcun rischio e la pandemia non mi ha sfiorato in nessun modo. Penso anche all’immediato futuro, alla famigerata fase 2 che mi inquieta ancor più della fase 1, tra mascherine sempiterne e app di tracciamento degli spostamenti. Ma potrei anche evitare di pensarci e concentrarmi solo sul presente. Senza imprecare, come qualcuno fa, contro il governo che ci ha messo agli arresti domiciliari, rifletto su quali potrebbero essere i paradossali vantaggi di questa situazione.

Vantaggi, resta inteso, per me come singolo individuo, con il massimo rispetto per chi combatte in prima linea contro l’emergenza sanitaria e per le vittime della stessa. Sono lontana da un ambiente di lavoro stressante e posso proseguire la mia attività evitando i bagni di folla quotidiani che richiedevano un notevole dispendio di energia. Ho tempo a disposizione per dedicarmi alla lettura e alla scrittura, per ascoltare dischi, guardare film e documentari. Potrei riordinare la casa, prendere il sole (non ricordo una primavera così bella da anni), fare un’ora di ginnastica al giorno o jogging in giardino…

E non potendo vedere altre persone potrei ripiegarmi su me stessa, mettere ordine nella mia testa, cercare di organizzare la mia esistenza futura di qua a qualche mese; meditare, ragionare, risolvere situazioni o eliminare atteggiamenti che non mi sono utili e che ostacolano la mia evoluzione personale. Potrei scolpire il mio corpo con esercizi mirati, dare ossigeno alla mia pelle mangiando cibi antiossidanti, pianificare il mio ritorno in società per uscire di qui come una persona diversa, più bella e più ricca di energia di prima.

Ho usato il condizionale, proprio perché fare tutto questo, prendere il pieno controllo della mia vita adesso, che con tante variabili in meno sembrerebbe più facile, è una possibilità. Ma a volte le giornate si trascinano o, al contrario, trascorrono velocissime tra un’incombenza e l’altra; intere mattinate se ne vanno in fila davanti ad un supermercato, o correggendo uno ad uno errori di grammatica nei testi dei miei studenti. E così le settimane passano, apparentemente inconcludenti, traghettandomi verso un futuro incerto, senza che io mi senta una persona migliore.

Però la luce in fondo al tunnel adesso si vede e, anche se non torneremo sui banchi di scuola fino a settembre, maggio arriverà presto e le porte si riapriranno. Non ci saranno concerti, non potrò vedere Paul McCartney a Lucca, ma potrò ricominciare a godere di tante piccole libertà, come camminare in un prato o in un bosco, o ammirare un panorama che non sia solo quello visibile dalle finestre di casa mia.

Avrò imparato ad apprezzare tutto ciò che esiste e che è possibile fare là fuori, semplici gesti che si davano per scontati e che adesso ci mancano, come godersi gli spazi aperti, i paesaggi naturali. Non penso agli eventi, ai concerti, ai festival, al cinema, alle feste di paese, ai pub affollati e a tutti quei luoghi che costituivano parte della mia esistenza. Non penso neppure ai viaggi, a posti lontani che chissà quando saranno raggiungibili. La fase 2 è un miraggio, uno scenario ingannevole che da una parte vuole giustamente rimettere in moto le realtà produttive per non affossare l’economia e la sopravvivenza di tanti lavoratori, ma dall’altra ci atterrisce con probabili ciclici ritorni di epidemia e di necessarie restrizioni fino al 2022, con la prospettiva che il virus scompaia nel 2025.

Il nostro desiderio più grande è che tutto torni come prima. Quando avverrà? E noi avremo una nuova consapevolezza o rientreremo ben presto nelle solite logiche? Il tempo ci risponderà.
Concludo, come spesso faccio, con le parole di una canzone. Che non è però Free as a Bird. E’ un brano in cui John Lennon, ai primordi della propria attività compositiva, già parlava in modo autentico dell’anima umana e delle possibilità della nostra mente. Sì tratta di There’s a Place.

La mente è un luogo solo nostro dove poterci rifugiare e dove trovare conforto, ristabilendo legami con le persone lontane. Anche durante questo lockdown.

There’s a place
Where I can go
When I feel low
When I feel blue
And it’s my mind
And there’s no time
When I’m alone
I think of you
And things you do
Go ‘round my head
The things you said
Like “I love only you”
In my mind there’s no sorrow
Don’t you know that it’s so
There’ll be no sad tomorrow
Don’t you know that it’s so
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