San Siro in delirio per il concerto dei Rolling Stones

Dopo il bagno di sudore, un mese fa, con i Litfiba all’Alcatraz e la folla oceanica al Big Bang Fest per i Modena City Ramblers, in questa stagione del ritorno alla musica dal vivo (e alla vita, in tutti i sensi) mi mancava soltanto il maxiconcerto allo stadio. E quale modo migliore di iniziare questa torrida estate 2022, dunque, che andare a vedere i Rolling Stones a San Siro? Giusto per non farsi mancare niente, all’insegna del motto “always get what you want”.

photo by Henry Ruggeri

Era la prima volta che assistevo ad un live di Jagger, Richards & soci, ma era anche la prima volta che partecipavo ad un evento musicale al Meazza, nella dimensione, dunque, dei grandi spazi, delle grandi distanze e della visione d’insieme delle decine di migliaia di fans (57 mila, per l’esattezza) intervenuti per celebrare i sessant’anni di carriera delle Pietre. E Mick è un’autentica e solida roccia, visto che si è ripreso dal Covid in pochi giorni per garantire al pubblico italiano uno show che, in ogni caso, era stato dato per certo, nonostante i posticipi di Amsterdam e di Berna. Mi è scesa qualche lacrima di commozione quando, alle 21.16, l’ho visto entrare in scena. Perché era proprio lui, a 78 anni suonati, quell’autentica leggenda, quella forza della natura che canta, balla e che si cambia d’abito con delle mises che solo lui può indossare. Ma anche Ronnie Wood non scherzava, in quanto a look dai colori sgargianti (“direttamente da una sfilata di moda”, ha commentato Jagger, che per tutta la durata del concerto ha sfoggiato il suo italiano quasi perfetto), mentre Keith (eh, sì, una bella emozione vedere anche lui, finalmente, dopo aver scambiato battute sulla sua presunta immortalità per anni) portava un vistoso berretto di lana giallo fluo.

La scaletta era, con qualche variazione, quella già preannunciata, quindi le danze si sono aperte con Street Fighting Man e si sono concluse con Satisfaction. Due ore abbondanti per una carrellata di “classiconi”, da You Can’t Always Get You Want, in una versione epica di quasi nove minuti, a Midnight Rambler, da Miss You a Start Me Up. Niente I Wanna Be Your Man, che era stata eseguita al concerto dello scorso 9 giugno a Liverpool in onore dei Fab Four, e niente Get Off My Cloud, sostituita però egregiamente da Wild Horses e da Dead Flowers, brano, quest’ultimo, a me particolarmente caro per la versione che ne fece Townes Van Zandt. Bellissimi i giochi di luce, con filmati a tema come le figure femminili psichedeliche di ispirazione messicana per Honky Tonk Women, il bianco e nero di Paint It Black, le rosse fiamme di Sympathy For The Devil. Ma ricordiamo che le prime immagini comparse sui maxischermi sono state quelle di Charlie Watts, alle quali il pubblico ha tributato un doveroso e grandissimo applauso: lo stesso Mick non ha mancato di ricordare che “questo è il nostro primo tour senza Charlie”.

Straordinaria l’ovazione quando, alla presentazione dei componenti della band che ha avuto luogo più o meno a metà concerto, dopo la già citata Women, è seguita quella dei membri storici, prima Wood e poi Richards. Keith, dopo l’acclamazione, ha eseguito due brani, You Got The Silver (il primo pezzo, tratto da Let It Bleed del 1969, che vide il chitarrista nei panni di lead vocalist) e Connection. “A Milano fa più caldo che nel quinto girone dell’inferno” è stata una delle osservazioni del frontman, ma lo stadio era davvero in fiamme, e non solo per le temperature elevate causate dall’anticiclone africano. Fans scatenati sotto il palco, ma grandi emozioni anche sugli spalti, fino all’ultima fila del terzo anello. Verso la fine Mick sfoggia un soprabito nero di paillettes, come lui solo può, e la serata si conclude con una tripletta esplosiva: Jumpin’ Jack Flash, una pausa e poi Gimme Shelter – durante la quale la scenografia ha richiamato il giallo e l’azzurro della bandiera ucraina – e, ovviamente, Satisfaction per il gran finale.

Variegato e disciplinato, ma pieno di entusiasmo, il pubblico proveniente da tutta Italia per quest’unica data nella nostra penisola del Sixty Tour, che celebra i sessant’anni di attività della band dopo il loro esordio avvenuto il 12 luglio 1962 al Marquee di Londra. Un’audience senza età, perché il coinvolgente e inossidabile sound rock blues degli Stones ha attirato tanto i fans della prima ora, tra i quali coloro che ebbero il privilegio di assistere al loro primo concerto milanese al Palalido nel 1970, che giovani e giovanissimi, tutti con l’immancabile linguaccia su t-shirt e bandana. E tutto questo nonostante le discusse restrizioni (niente cibo, niente bevande, niente macchine fotografiche) imposte dagli organizzatori, che hanno suscitato più di una polemica.

Un doveroso plauso agli altri musicisti (tra i quali gli eccellenti Steve Jordan alla batteria e Darryl Jones al basso) e alla bravissima Chanel Haynes che ha affiancato Mick in Gimme Shelter in un duetto da brividi, ma anche al gruppo di spalla, i Ghost Hounds, che con le loro sonorità non lontane da quelle degli headliner hanno aperto la serata poco prima delle 20. Il sestetto di Pittsburgh, capitanato dal carismatico Tré Nation, aveva inaugurato il sodalizio con il gruppo londinese in occasione del precedente tour, “No Filter” del 2018, ed ha tre album all’attivo di cui l’ultimo, You Broke Me, pubblicato poco più di un mese fa, il 13 maggio.

Inarrestabili, infaticabili e dunque, davvero imperdibili: questo sono i Rolling Stones. Ancora una volta, quindi, posso tornare a casa soddisfatta, a bordo del mio tram n. 16, con il sorriso sulle labbra, la linguaccia sulla maglietta e l’immancabile pensiero:

Io c’ero.

Scaletta:

Street Fighting Man
19th Nervous Breakdown
Tumbling Dice
Out of Time
Dead Flowers
Wild Horses
You Can’t Always Get What You Want
Living in a Ghost Town
Honky Tonk Women
You Got the Silver (Keith Richards)
Connection (Keith Richards)
Miss You
Midnight Rambler
Start Me Up
Paint It Black
Sympathy for the Devil
Jumpin’ Jack Flash

Encore:
Gimme Shelter
(I Can’t Get No) Satisfaction

All pictures by Mary Nowhere

(foto di copertina e foto di Mick Jagger: Henry Ruggeri for Virgin Radio)