Tre dischi usciti di recente per tre cantautrici molto diverse tra loro, ma accomunate dal fatto che ciascuna di esse ha voluto, nel suo nuovo lavoro, ricordare il proprio passato e i propri punti di riferimento. Si tratta di Songs From the River Wind di Eliza Gilkyson, Dylan Dreams di Scarlet Rivera e There Used To Be Horses Here di Amy Speace, il primo pubblicato dalla piccola etichetta Howlin’ Dog Records, gli altri due dalla nostrana Appaloosa Records.

photo by Scott Newton

Due volte nominata ai Grammy, introdotta nella Austin Music Hall of Fame e nella Austin Songwriter Hall of Fame, Eliza Gilkyson, classe 1950, è una delle figure più apprezzate nell’ambito della musica folk, roots e Americana. Nella sua lunga carriera ha realizzato una ventina di album, di cui gli ultimi caratterizzati da tematiche improntate all’impegno sociale; in particolare il penultimo, 2020, contiene riferimenti alle elezioni presidenziali e alla gestione della pandemia da parte del governo texano. Pubblicato lo scorso gennaio, Songs From the River Wind ha invece una dimensione più intimista e comprende una serie di composizioni originali, più alcune cover di brani d’autore e tradizionali, per un totale di tredici tracce che rappresentano una sorta di “lettera d’amore” della musicista al West, alle sue montagne, ai suoi fiumi e alle sue pianure. Si tratta di un disco totalmente acustico, in cui le sonorità di mandolino, steel guitar e violino dialogano con la suadente voce di Eliza e con le sue chitarre. In esso vengono rievocati momenti di altri tempi, quando la vita era scandita dai ritmi dalla natura, e si narra di incontri, vicende e storie d’amore degli ultimi quarant’anni, trascorsi dalla cantautrice californiana a percorrere in lungo e in largo l’Ovest degli Stati Uniti prima del suo trasferimento definitivo a Taos, New Mexico.

photo by Rodney Bursiel

Ricordiamo che il padre di Eliza, Terry Gilkyson, conobbe una grande notorietà negli anni ’50 con il suo trio The Easy Riders e questo album costituisce una sorta di omaggio nei suoi confronti: uno degli episodi più significativi è ad esempio Wanderin’, brano tradizionale irlandese dall’atmosfera sognante sottolineata dai timbri di mandolino e slide, che narra di viaggi e vagabondaggi qui per l’occasione riscritti “al femminile”, ma che era già inciso dallo stesso Terry nel 1958. Merita una citazione anche la “canzone dell’amore perduto” Colorado Trail, con i ricami sonori del violino di Warren Hood e il magnifico assolo di pedal steel di Don Richmond, il cui trio The Rifters è ospite nel disco. Altra traccia degna di nota è Before the Great River Was Tamed, un omaggio al Rio Grande, fiume che attraversa Colorado, New Mexico e Texas prima di sfociare nel Golfo del Messico e che pertanto, nell’immaginario collettivo, è emblema dell’Ovest e della sua epopea, con i suoi campi a scacchiera, simili ad una trapunta:

I see the pastures and the fields/As I head back into town

A quilt of many colors/Emerald, gold and brown

And I know there’s no returning to the way it used to be

For time marches even onward like a river to the sea

E sempre in riva al Rio Grande si ambienta la delicata storia d’amore di Don’t Stop Loving Me, una bellissima ballad che tratteggia paesaggi tipicamente “western”:

The sun has slipped its face below the hills in the west

Here on the frontier this is the time we love best

The breeze ripples the trees along the Rio Grande

Here is where we’ve made our last stand

Chitarre, slide e violino creano qui un’atmosfera sognante e notturna, mentre la parte fischiettata conduce l’ascoltatore da una serata al chiaro di luna ad una cavalcata nelle praterie sconfinate, sull’onda dei ricordi:

The sun has slipped its face below the hills in the west

Here on the frontier this is the time we love best

The breeze ripples the trees along the Rio Grande

Here is where we’ve made our last stand

Songs From The River Wind è un disco da ascoltare a lume di candela, o davanti ad un tramonto, immaginando gli ambienti – fiumi, montagne, deserti, pianure assolate da percorrere a cavallo – e le atmosfere rurali dell’Ovest rievocati dai brani.

Tracklist:

1. Wanderin’

2. Buffalo Gals Redux

3. Farthest End

4. Charlie Moore

5. Wind River and You

6. Colorado Trail

7. The Hill Behind This Town

8. Bristlecone Pine

9. Before the Great River Was Tamed

10. At the Foot of the Mountain

11. Don’t Stop Loving Me

12. Taosena Lullaby

13. Cm Schottische

Scarlet Rivera, di cui mi sono occupata svariate volte in tempi recenti e che pertanto non ha bisogno di presentazioni, ha pubblicato in aprile il suo nuovo EP, Dylan Dreams, che prelude alla realizzazione di un intero full length dedicato alle riletture di svariate composizioni del songwriter. In particolare, ben tre brani su sei attingono a Oh Mercy, l’album del 1989 prodotto da Daniel Lanois. Series of Dreams è una outtake dal testo onirico alla quale Scarlet ha aggiunto un assolo di sapore country. Born In Time, un altro brano scritto da Dylan per lo stesso disco ma anch’esso non incluso nella versione definitiva, fu inciso anche da Eric Clapton e si caratterizza per l’atmosfera romantica e le liriche ricche di sentimento, che nella versione di Rivera vengono impreziosite dall’accompagnamento del suo strumento.

In Señor, un brano del 1978, il violino dialoga con la chitarra pizzicata per narrare la storia di un incontro con un misterioso personaggio a cui porre domande sul senso della vita. Where Teatrops Fall è poi una ballad romantica, con arrangiamento orchestrale ed un suggestivo assolo. Altrettanto affascinante è Sacred Wheel, canzone originale di Scarlet già comparsa nel precedente EP All Of Me (2020). Già contenuta nel medesimo lavoro è pure Dust Bowl, composta a quattro mani con il produttore Tim Goodman e ispirata dal disastro ambientale delle tempeste di sabbia che colpì il Midwest negli anni ’30. Qui il violino rievoca polverose atmosfere country-western enfatizzate dalla presenza dell’armonica. La performance vocale di Scarlet, come ho avuto già modo di osservare altrove, è stata paragonata a quella di Johnny Cash o dello stesso Dylan in versione femminile.

Track list:

  1. Series Of Dreams
  2. Born In Time
  3. Señor
  4. When Teardrops Fall
  5. Sacred Wheel
  6. Dust Bowl

Amy Speace, cinquantaquattrenne originaria di Baltimora, ha registrato il suo quinto album There Used to Be Horses Here a Nashville in soli quattro giorni insieme al trio degli Orphan Brigade di Neilson Hubbard, Ben Glover e Joshua Britt in veste di collaboratori, co-autori e produttori. Hubbard, che è anche fotografo di talento, ha realizzato gli scatti dell’artwork ed il video della title track. Come quello di Gilkyson, anche questo è un disco a carattere intimista: è stato infatti concepito dalla cantautrice in seguito alla scomparsa del padre, con cui ella aveva un rapporto intenso e conflittuale.

Il lutto è avvenuto nel 2019, un anno dopo la nascita del proprio figlio, dunque la composizione dell’album si pone a voler chiudere un ciclo di vita e morte. Le atmosfere musicali si reggono sulle sonorità acustiche di chitarre, mandolino, pianoforte e quartetto d’archi, con la bella voce di Amy come strumento principale. Undici brani, tutti pervasi dalla presenza del genitore, si susseguono come pagine di un diario al quale affidare pensieri ed emozioni. Si comincia con Down The Trail, in cui Amy rievoca i viaggi in macchina della sua infanzia con tutta la famiglia e, successivamente, le ultime parole del padre ormai prossimo alla dipartita:

Daughter, my heart is steady

Daughter, I’ve got to go

Daughter, my heart is ready

For that trail to take me home

Il bellissimo brano che dà il titolo all’album è anch’esso intriso di nostalgia, poiché fin dal titolo rimanda ad un passato ormai scomparso; l’autrice auspica che i cavalli, simbolo di libertà, abbiano trovato un posto adatto a loro:

There used to be horses here

When Dad had his house in the trees

Wherever they took them

I hope it’s a place they run free

In Father’s Day gli archi sottolineano l’intensità del ricordo di una foto scattata tanti anni prima e ritornano, intrecciandosi con il pianoforte, nella struggente Grief Is A Lonely Land e in Mother Is A Country. Estremamente pregevoli sono poi le armonie vocali in Hallelujah Train e River Rise. Il disco si chiude con una cover, Don’t let us get sick, dello scomparso Warren Zevon, che conclude il percorso sonoro e personale con atmosfere ariose e parole di buon auspicio.

Track list:

  1. Down The Trail
  2. There Used To Be Horses Here
  3. Hallelujah Train
  4. Father’s Day
  5. Grief Is A Lonely Land
  6. One Year
  7. Give Me Love
  8. River Rise
  9. Shotgun Hearts
  10. Mother Is A Country
  11. Don’t Let Us Get Sick

Le tre cantautrici, figure fondamentali nel panorama musicale statunitense, hanno realizzato altrettanti capolavori che trasporteranno gli ascoltatori nel loro universo personale, fatto di ricordi, di affascinanti paesaggi naturali, di sentimenti profondi, di voli di fantasia. Canzoni che guardano al passato, ma senza dimenticare uno sguardo di speranza rivolto al presente, e che mettono a nudo il cuore.