MEMORIA STORICA ED IMPEGNO SOCIALE NELLE CANZONI DE “LA CASA DEL VENTO”

casa del vento.jpg

A volte le nuove strade percorse si ricongiungono alle vecchie, in percorsi circolari in cui recenti scoperte si rivelano essere la prosecuzione di sentieri abbandonati da tempo.

Ho avuto questa sensazione assistendo al concerto di Luca Lanzi e Francesco “Fry” Moneti, duo che deriva dal sestetto aretino “La Casa del Vento” , presso il Circolo Arci Mirabello, qualche giorno fa.

Il sodalizio tra i due musicisti (Francesco è membro anche dei Modena City Ramblers) ha dato vita ad un disco dal vivo, “Né santi né padroni”, proposto in questo spettacolo.

Il duo, composto da Lanzi alla voce e chitarra acustica e Moneti al violino, chitarra elettrica e cori, ha proposto brani tratti dal repertorio della band toscana, attiva da oltre vent’anni. Durante lo spettacolo nostalgiche ballate, atmosfere irlandesi, coinvolgenti ritmi combat rock raccontano storie e rendono un doveroso omaggio alla memoria storica d’Italia, alle lotte partigiane, a drammatici episodi che hanno avuto luogo in provincia di Arezzo e hanno coinvolto la famiglia dello stesso Lanzi.

Alberi, rami e foglie narra , ad esempio, in modo commovente e delicato, attraverso la metafora, la tragica vicenda di uomini, donne e bambini che furono trucidati dai fascisti in un villaggio del Casentino. Ma il viaggio musicale rivolge uno sguardo anche ai problemi di oggi: immigrazione, disoccupazione, integrazione. Un inno alla pace, contro tutte le guerre, un invito alla solidarietà, una volontà di equità e giustizia: ecco il messaggio della performance, che si concretizza anche materialmente, prendendo forma in uno strumento musicale che diventa emblema di impegno sociale.

Moneti, infatti, ha imbracciato una chitarra realizzata appositamente da un liutaio toscano utilizzando i legni provenienti da un barcone di migranti sbarcati a Lampedusa. Lo strumento è il simbolo del progetto “Mare di mezzo”, al quale hanno aderito musicisti come Patti Smith e Eugenio Finardi, giornalisti e scrittori come Massimo Gramellini ed altri esponenti di spicco del mondo artistico e culturale.

Negli anni Novanta, a poco più di vent’anni, ho trascorso un periodo in cui ho amato molto la musica irlandese e quella che ad essa si ispirava. Ricordo un mitico concerto a Modena nel ’94 in cui vidi Modena City Ramblers, Cranberries e Van Morrison. In quegli anni amavo anche la musica klezmer degli ebrei dell’Est e quindi atmosfere folk, strumenti tradizionali e liriche legate alla memoria dei tragici eventi che hanno sconvolto l’Europa nel secolo scorso. Negli ultimi anni i miei percorsi e i miei ascolti si sono rivolti verso altre direzioni. Tuttavia ascoltare i brani della Casa del Vento, oltre a riportarmi a sonorità e tematiche che avevo accantonato da qualche tempo – la vita si evolve lungo meandri e binari inaspettati e diversi, decennio dopo decennio – mi ha fatto riscoprire l’idea che l’arte può – e deve, a volte – esprimersi su quanto accade in seno alla società e non soltanto essere manifestazione dell’interiorità del singolo.

L’artista, infatti, trova i mezzi di espressione a sé più congeniali ma, inevitabilmente, è figlio del proprio tempo e lascia un’impronta nella propria epoca e un messaggio per il futuro. La risposta ad ogni dubbio, poi, è scritta nel vento.