Una “doppia” mostra fotografica en plein air rievoca il lockdown del 2020, tra scorci urbani e i volti dei cittadini

Il periodo del lockdown ha lasciato dei ricordi indelebili nella vita di tutti noi: lo sgomento rispetto ad una situazione che pareva senza uscita, la frustrazione del confinamento, la possibilità di uscire solo per necessità inderogabili e, per molti, la cessazione dell’attività lavorativa o la trasformazione di quest’ultima in un rapporto telematico, dove l’unico contatto possibile con gli altri esseri umani era quello visivo, attraverso uno schermo. E, naturalmente, le notizie dei ricoveri nelle terapie intensive, i decessi negli ospedali senza il conforto dei familiari. Particolarmente straniante era poi la visione delle città semideserte, con pochissimi veicoli e quasi nessun passante.

La ripresa è stata graduale e non lineare, con altre ondate pandemiche meno virulente ma comunque preoccupanti, ed è stata caratterizzata dall’obbligo di utilizzo delle mascherine, fondamentali per limitare la diffusione del contagio, ma al tempo stesso simbolo delle limitazioni e dei cambiamenti che il Covid aveva imposto a tutto noi. Per lungo tempo abbiamo visto i volti di amici, colleghi, studenti, passanti soltanto a metà: sorrisi ed altre espressioni facciali erano celati dietro una striscia di materiale cartaceo e avere modo di vedere il viso di qualcuno per la prima volta “per intero”, man mano che le restrizioni si allentavano, ha rappresentato una piacevole sorpresa.

Per molti artisti questo triste frangente, se da un lato ha comportato l’impossibilità di condividere in un rapporto diretto con il pubblico i prodotti della propria creatività, è stato comunque fonte di ispirazione per la realizzazione di lavori che, a vario titolo, potessero descrivere i vari aspetti di questa drammatica situazione. È il caso, questo, di Cristian Visentin, fotografo legnanese i cui scatti, oggetto della mostra a cielo aperto “Legnano, una diversa ripresa… di sguardi”, nel centro della città altomilanese, vogliono raccontare il suo – e il nostro – vissuto del periodo pandemico.  Due sono i punti di vista dietro l’obiettivo: si parte dall’ambiente urbano, con le sue strade e piazze deserte nell’aprile 2020, per poi spostarsi sugli abitanti e sul loro desiderio di continuare a svolgere le proprie attività quotidiane e di vivere una vita piena.

L’esposizione è stata inaugurata lo scorso 9 settembre e si articolerà in due momenti. Fino al 1 ottobre si potranno ammirare 30 fotografie in b/n, stampate su pannelli collocati nei punti di ingresso della ZTL (via Luini, Corso Garibaldi/via Verdi, piazza Don Sturzo e corso Magenta) e raffiguranti spazi cittadini a cui il lockdown ha conferito una dimensione metafisica e fuori dal tempo. Dal 7 al 29 ottobre sarà invece esposta una serie di 24 immagini che ritraggono dodici persone riprese in un primissimo piano che mostra solo i loro occhi, con il resto del viso celato dalla mascherina, e poi in un’inquadratura a figura intera. L’esposizione di Visentin si pone in un rapporto dialettico con quella di Carlo Mari, anch’egli legnanese, allestita in questo stesso periodo presso il palazzo “Leone da Perego” e comprendente, a sua volta, una serie di scatti dedicati al primo lockdown del 2020, che però rappresentano la città di Milano.

Così lo stesso Cristian, durante l’inaugurazione, ha illustrato gli intenti della propria mostra: «Con questo racconto fotografico voglio rendere omaggio alla forza dell’essere umano, capace di passare attraverso la desolazione e la solitudine per ritornare protagonista del suo esistere, rialzarsi e tornare a vivere. La sequenza di immagini, infatti, conduce l’osservatore dalla visione alienante della città deserta e solitaria durante le prime settimane di confinamento al momento della “ripresa”, in cui gli abitanti tornavano ad animare strade, piazze, negozi e luoghi pubblici».
Il fotografo, che è anche titolare dello studio di fotografia e grafica Vise Photograph (www.visephotograph.com), si è poi soffermato sul proprio rapporto con Legnano: qui è nato, se ne è allontanato in età giovanile e infine, da adulto, è ritornato a risiedervi. Le sue “radici”, dunque, sono ben salde in questa città nonostante egli, come molte persone, abbia cercato di allargare i propri orizzonti.

Proprio il tema dell’orizzonte, insieme a quello del punto di vista “al suolo”, percorre tutto il racconto iconografico. Molti scatti, infatti, mettono in primo piano la linea di mezzeria della carreggiata, conferendo all’immagine urbana la qualità di uno spazio sconfinato che però appare irreale e quasi inquietante per il fatto di essere totalmente privo di esseri viventi.
Due sono le peculiarità dell’ambiente cittadino che le immagini della mostra mettono in evidenza. La prima è l’atemporalità: dall’Ottocento ad oggi Legnano è enormemente cresciuta per via del processo di industrializzazione che l’ha resa uno dei centri produttivi più attivi del Milanese. Nonostante ciò, gli scatti evocano un’atmosfera d’altri tempi, «come se fosse possibile vedere in questo bianco e nero la continuità con un tempo ormai trascorso, ma non del tutto dimenticato» ha commentato il fotografo.

Il secondo aspetto è lo svuotamento – o il mutamento – di significato che gli spazi urbani subiscono quando l’essere umano, artefice e protagonista della città stessa, non è presente. Così spiega Visentin:
«Il vuoto che domina questi scorci ritrae effettivamente un paradosso: si tratta per lo più di paesaggi fortemente antropizzati, ove la mano operosa ed impietosa dell’uomo civile e colonizzatore è evidente, eppure il protagonista di tanto operato risulta del tutto assente».

La scelta stilistica del bianco e nero è un ulteriore rimando all’esistenza deprivata dei suoi “colori” a causa del confinamento: nelle strade solitarie, senza gli abitanti che normalmente le animano, c’è solo spazio per il tempo, un tempo sospeso in cui le giornate sono tutte uguali a causa delle misure restrittive che sottraggono all’individuo i propri orizzonti di libertà.

Corso Garibaldi oggi (settembre 2023)

Osservare queste immagini infonde un senso di silenzio, di straniamento, di un’immobilità quasi paralizzante e le architetture cittadine, che di norma dovrebbero apparire rassicuranti a chi le conosce perché teatro di episodi più o meno significativi della propria vita, di lunghe passeggiate, di tragitti in auto rallentati dal traffico, sembrano ostentare indifferenza verso le vicende umane e si mostrano immutabili e incuranti dei destini dei propri abitanti, rinchiusi nelle loro abitazioni.
Il percorso visivo parte idealmente dalla centralissima piazza San Magno per terminare al parco Castello, un punto di incontro e di svago in cui è possibile rigenerarsi a contatto con la natura, circondati dagli alberi secolari e che, durante la famigerata “zona rossa”, era il luogo in cui molti legnanesi trovavano sollievo dalle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria.

Piazza San Magno

La “ripresa” e il ritorno alla vita saranno poi oggetto della seconda “puntata” della mostra, che nel mese di ottobre metterà al centro dell’attenzione le persone e i loro sguardi. Negli scatti del fotografo gli occhi di uomini e donne, nei volti celati dalle mascherine, comunicano empatia e desiderio di prossimità, anche se a debita distanza, e la volontà di ritornare – come fortunatamente poi è avvenuto – alla convivenza, e appartengono a individui che poi, in altrettanti ritratti, si rivelano nella propria unicità e autentica umanità.
Ricordiamo, infine, che Cristian Visentin ha voluto dedicare questa mostra al padre Danilo, recentemente scomparso e grande sostenitore del suo lavoro di fotografo in tutte le sue fasi.

Palazzo Malinverni

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