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Catturare l’essenza del blues sulla copertina di un album non è un’impresa semplice ma Fabrizio Poggi, uno dei bluesman nostrani più noti sulla scena internazionale, nella sua vasta discografia (il suo ventiseiesimo album, “Healing Blues”, è uscito lo scorso 29 novembre) ha più volte perseguito questo intento.
Originario di Voghera, classe 1958, Poggi è stato nominato ai Grammy Awards nel 2018 per il suo disco “Sonny and Brownie’s Last Train”, classificatosi secondo dopo i Rolling Stones nella categoria “Best Blues Album”, e nella sua lunga carriera ha ricevuto molti importanti riconoscimenti. Di recente è stato insignito del titolo di “Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana per meriti artistici” dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Fabrizio è anche autore di diversi libri, tra i quali citiamo “Angeli perduti del Mississippi – Storie e leggende del blues”, unico volume italiano ad essere inserito nella biblioteca del Blues Hall of Fame Museum di Memphis. Di recente, infine, è uscita per Arcana Edizioni la sua biografia “Believe – Conversazioni con Fabrizio Poggi”, scritta dalla giornalista Serena Simula, un racconto di vita a due voci in cui è però palpabile la presenza di una terza figura, quella di Angelina, moglie del musicista, la sua più stretta e preziosa collaboratrice.

Oggi vogliamo “addentrarci” nella prolifica produzione del musicista da un punto di vista insolito, quello che prende in considerazione gli artwork degli album come elementi fondamentali di ciascun progetto discografico. Per Poggi stesso le copertine sono importanti, tanto che egli ricorda uno dei tanti acquisti effettuati grazie all’attrattiva che la cover di un disco ha esercitato su di lui:
«Mi ricordo di essere rimasto colpito dalla foto di una copertina che raffigurava un signore di colore vestito come un businessman inglese. Mi sorrideva alzando la bombetta e mostrando un’armonica alla camera. Ero in un negozietto di Londra e ancora non sapevo che quella era la copertina di “Keep It to Ourselves “di Sonny Boy Williamson II, leggendario musicista che è diventato ben presto uno dei miei maestri».
Altra copertina che ha segnato il percorso artistico e personale di Fabrizio è stata quella di “Fathers and Sons” di Muddy Waters, un disco che vedeva musicisti afroamericani, come lo stesso Waters, James Cotton ed altri, affiancati ad artisti bianchi che hanno portato avanti il linguaggio del blues: Paul Butterfield e Mike Bloomfield.
«Quella copertina fu una specie di lasciapassare per tutti i musicisti bianchi che amavano il blues, e il fatto che ci fosse la citazione della Creazione di Adamo di Michelangelo dalla Cappella Sistina, ma modificata ad hoc per l’occasione, era davvero la ciliegina sulla torta».


Tra quelle dei propri dischi, la cover a cui il musicista vogherese è maggiormente legato è quella di “Mercy” (2008), un lavoro che in qualche modo rappresenta la sua “resurrezione” dopo un lungo periodo di depressione che lo aveva tenuto lontano dalla musica e dalla sua amata armonica. Dietro l’elaborazione degli artwork c’è sempre sua moglie Angelina: una volta trovata l’idea, ella la elabora realizzando una piccola grafica dimostrativa che poi sottopone al grafico dell’etichetta discografica. E, per quanto riguarda questo album, eletto “disco dell’anno” dalla rivista Buscadero, la consorte di Poggi è l’autrice dello scatto, dietro al quale si cela una storia che lasciamo sia lui stesso a raccontare.
«Nei primi anni Duemila, durante i nostri viaggi in Mississippi andavamo sempre in “pellegrinaggio” sulla tomba dei nostri “eroi”. Eravamo già stati in vari luoghi dove si diceva riposasse il grande Robert Johnson, ma nessuno di questi sembrava essere quello giusto. Parlando con Steve La Vere, colui che ha riscoperto e ricercato, con altri, le origini di Johnson nel suo museo a Greenwood, Mississippi, riuscimmo ad arrivare al luogo esatto di sepoltura del grande bluesman. Angelina aveva sempre con sé la macchina fotografica. All’epoca non c’erano ancora i telefonini. Fu così che in un giorno assolato e caldissimo ci trovammo davanti alla tomba di Robert Johnson. Quella vera, stavolta. Poco distante c’era una chiesetta bianca di legno. Angelina mi disse di andare davanti a quella chiesa e di sedermi sui gradini, attraversò la strada e mi scattò la foto che finì in copertina».

Oggi Angelina è diventata una fotografa più esperta, ma in quella circostanza il risultato ottenuto era il migliore possibile. Ecco la sua testimonianza:
«Io ero l’unica ad essere là in quel preciso momento, nel mezzo del nulla, nessuno nel raggio di miglia, sotto il sole cocente con una macchina fotografica, e aver trovato quella tomba mi aveva così emozionato da non riuscire quasi a scattare la foto. È un’immagine che ha tanti difetti, ma l’importante era riuscire ad imprimere quel momento unico, in uno scatto che resterà per sempre come un ricordo indelebile nei nostri cuori».

Un altro artwork significativo nella discografia di Poggi è quello di “Basement Blues”, il suo penultimo album. Esso raccoglie brani tratti da registrazioni in studio e dal vivo dell’arco di una quindicina d’anni e raffigura lo stesso Fabrizio dietro a un modellino di “The Big Pink”, la casa rosa dove Bob Dylan e The Band registrarono “The Basement Tapes” e dove fu concepito il disco di esordio della formazione capitanata da Robbie Robertson, “Music From Big Pink” (1968).

Ecco il racconto di Fabrizio in proposito:
«Chi mi conosce sa quanto io sia stato influenzato dal gruppo di Bob Dylan, The Band. Mai avrei pensato un giorno di diventare amico di alcuni di loro e addirittura registrare con il leggendario Garth Hudson. Mia moglie sapeva che il mio sogno era suonare con Garth così, quando abbiamo iniziato a registrare il disco “Mercy”, fece di tutto per realizzarlo. Nell’ottobre 2007 ci siamo ritrovati a Woodstock per incontrare Hudson e sua moglie Maud e poi andare in uno studio lì vicino a registrare con loro. E’ stata un’esperienza incredibile che porterò per sempre nel mio cuore. Il giorno dopo, prima di ripartire, siamo andati a visitare la famosa “Big Pink”, dove ebbero luogo le registrazioni che oggi hanno un alone di leggenda, e anche questo fu un giorno indimenticabile».
La miniatura della Big Pink, un cottage in mezzo ai boschi situato a Saugerties, New York ed ora divenuto una casa per vacanze (vi si può soggiornare per 650 dollari a notte) è un regalo per San Valentino 2021 di Angelina per Fabrizio. Un dono davvero azzeccato, tanto da meritarsi un ruolo di primo piano nell’artwork del disco uscito nel 2022.

In conclusione di questo rapido viaggio tra le copertine più significative del musicista vogherese, ne prendiamo in considerazione una realizzata non da lui e dalla consorte, bensì da un artista americano.
L’album in questione è “Harpway 61” del 2012. Così ricorda il bluesman:
«Ho sempre voluto fare un omaggio ai grandi maestri dell’armonica blues. Così mi venne l’idea di incidere un disco che fosse una sorta di “highway”, un’autostrada che toccasse tutte le città americane da dove venivano i miei eroi, da Baton Rouge in Louisiana con Slim Harpo, a Tutwiler in Mississippi con Sonny Boy Williamson II. Il disco è solo strumentale. Una volta finito, abbiamo deciso di donarlo alla Blues Foundation affinché devolvesse tutti i proventi ai musicisti in difficoltà che, in Mississippi e non solo, sono davvero tanti. Il full-length si può trovare ancora in vendita presso nella Blues Hall of Fame Museum a Memphis, Tennessee.
Quanto alla copertina, ero stato affascinato da un artista purtroppo scomparso qualche mese fa, Dan Dalton. Lo avevo conosciuto parchè faceva splendidi dipinti dedicati al blues e ai musicisti blues. Diventammo amici, anche se non ci siamo mai incontrati, e un giorno mi arrivò per posta un mio ritratto, realizzato da una fotografia. Gli chiesi se poteva mandarmi i ritratti dei bluesmen di cui suonavo nelle canzoni del disco e, mettendo insieme una sorta di puzzle, li abbiamo messi sulla cover. Il titolo dell’album “Harpway 61”mi è venuto spontaneo, dato che l’armonica blues viene chiamata anche “harp”».
Aggiungiamo che tale titolo richiama sia la Highway 61, cioè la “Blues Highway” che si estende per oltre 2000 km lungo il corso del Mississippi, sia il celeberrimo album di Dylan “Highway 61 Revisited”, il secondo della sua “trilogia elettrica” insieme a “Bringing It All Back Home” e “Blonde on Blonde”. L’autostrada, prima del 1991, passava anche per Duluth, città natale di Mr. Zimmermann.
Da questa breve indagine della discografia di Fabrizio Poggi si evince come dietro i suoi lavori sia presente, oltre al talento e alla creatività, anche un’attività di ricerca che “scava” fino alle radici del blues e via ggia sulle lunghe strade di quella “musica del diavolo” che dal Delta del Mississippi si è diffusa negli Stati Uniti per poi essere conosciuta, suonata ed apprezzata in tutto il mondo.