Intervista al cantautore in occasione dell’uscita del suo ultimo album Mi perdo e m’innamoro

Anni di musica, incontri, viaggi ed emozioni. Questo è il “sottotitolo” a Mi perdo e m’innamoro, l’ultimo album di Renato Franchi, in uscita il prossimo 14 gennaio, ma è anche il riassunto della sua vita. Un’esistenza dedicata alla musica, dagli anni Sessanta ad oggi, tra esperienze molteplici e variegate ma accomunate da un denominatore, la passione per la canzone d’autore, che ha condotto il songwriter lombardo lungo due percorsi: quello della propria creatività, che ha generato centinaia di brani che portano la sua firma, e quello dell’omaggio a grandi musicisti, la cui produzione è stata da lui proposta a più riprese, con svariati progetti.

I due percorsi si sono, attraverso i decenni, ripetutamente intersecati, al punto che in ogni suo concerto o recital Renato suona e canta i propri pezzi, ma anche quelli di autori come De André, Battiato, Dylan, legandoli con il fil rouge dell’emozione e della comune sensibilità con questi artisti.

La storia musicale di Franchi ha inizio sessant’anni fa e continua tuttora: Renato è un autore estremamente prolifico e fino ad oggi ha pubblicato quindici album in studio e sei dal vivo. Tra poche settimane uscirà il suo ultimo lavoro, il già citato Mi perdo e m’innamoro, e da mesi il musicista è impegnato in un’intensa attività live in cui sta promuovendo sia i propri lavori che le altre proposte artistiche, soprattutto i tributi ai grandi cantautori.

Ho avuto modo di incontrare Renato Franchi di recente e di avere con lui una lunga chiacchierata sui suoi trascorsi e sui suoi progetti futuri, ma soprattutto di apprezzare il valore dell’uomo, oltre che dell’artista: Renato è una persona squisita, dotata di grande sensibilità e spontaneità. Ecco cosa ci siamo detti:

Ciao Renato, benvenuto nel mio blog! Vorrei ripercorrere insieme a te le tappe più significative della tua lunga carriera. Cominciamo dai tuoi esordi…

La mia passione per la musica è nata da ragazzino; insieme ai miei amici mi ero recato ad una fiera di strumenti musicali a Milano (per noi che partivamo da Legnano sembrava davvero di dover compiere un lungo viaggio) e lì, contemporaneamente alla “folgorazione” che l’ascolto di Please Please Me dei Beatles aveva prodotto in me, nacque il desiderio di diventare un musicista. Naturalmente, questa mia ambizione dovette scontrarsi contro il parere contrario dei miei genitori, ma in ogni caso, affascinato dalla musica beat e dal mito della Swinging London, riuscii a mettere su un “complesso”, come si chiamavano allora. Si chiamava “New Vox Band” e comprendeva, tra i componenti, il batterista Gianfranco D’Adda, che in seguito ha lavorato per 30 anni con Franco Battiato e con il quale io collaboro tuttora.

E come andò?

Un progetto di registrare un 45 giri non andò in porto, comunque noi lavoravamo soprattutto grazie agli impresari che, diversamente da quando accade oggi, assumevano un gruppo per un mese in un locale. Noi suonavamo, ad ogni serata, una decina di canzoni da hit parade, più altri brani che amavamo ed alcuni pezzi nostri. Facevamo anche un po’ di rhythm and blues grazie alla presenza dei fiati e dell’organo Hammond. Altre due formazioni di cui feci parte si chiamavano “Visi d’angelo” e “Vecchio foglio”. Con queste esperienze arriviamo alla fine degli anni Sessanta, dopo di che il panorama musicale cambiò radicalmente.

Che cosa accadde?

Tra il 1968-69 e il 1972-73 ci furono numerosi mutamenti ed eventi a livello politico e sociale. C’erano artisti impegnati politicamente, cantori del proprio tempo come Paolo Pietrangeli e Ivan Della Mea; stava nascendo una nuova generazione di musicisti, quella dei cantautori, ed infine l’avvento delle discoteche mandò in crisi il sistema tradizionale dei locali e delle balere in cui i complessi suonavano per settimane, per lasciare il posto alle singole serate, ai concerti dei vari gruppi. Nacque in me l’esigenza di stare al passo con i tempi e da ciò l’ensemble detto “Canzonaccio”, che proponeva un repertorio legato all’impegno sociale. Con loro ho realizzato due album e ho suonato in Germania, Austria e Francia. Non era un periodo facile, perché la situazione politica era molto complessa, alcuni cantautori (come De Gregori) venivano messi “sotto processo” e contestati, alcuni concerti venivano bloccati. Ci fu una situazione che definirei di ristagno, o di reflusso, che col tempo pose fine a questa mia esperienza.

Facciamo ora un salto e arriviamo agli anni Novanta. Una tappa fondamentale della tua carriera è la fondazione dell’Orchestrina del Suonatore Jones con il suo tributo a Fabrizio De André. Oggi i gruppi che ripropongono i brani di Faber sono tantissimi, ma voi siete stati i primi, perché avete iniziato quando lui era ancora vivo…

Il tutto è nato a Rescaldina, il mio paese, dove in quegli anni c’era il famoso Teatro La Torre, in cui molti famosi artisti avevano suonato, tra cui Franco Battiato. De André fece tappa lì per provare i brani del suo album Crêuza De Mä. In quell’occasione ebbi modo di entrare in contatto con lui. A distanza di anni, mi sono fatto promotore dell’organizzazione di un concerto-tributo annuale a lui dedicato presso il Cineteatro Gloria di Como. In questo evento si esibiscono artisti affermati come pure giovani emergenti, i cosiddetti “invisibili” che io, in qualità di direttore artistico, cerco sempre di valorizzare. Il prossimo appuntamento sarà il 22 gennaio 2022.

In realtà la tua band non si limita a proporre il repertorio di De André, ma nei vostri album e concerti avete reso omaggio a molti altri cantautori italiani…

Tra gli artisti con cui abbiamo collaborato ci sono i Gang, Alberto Bertoli, Claudio Lolli, il comasco Luca Ghielmetti e il bluesman di Voghera Fabrizio Poggi, uno dei pochi italiani ad aver suonato nelle blues houses statunitensi. Tra quelli a cui abbiamo reso omaggio ci sono gli stessi Gang, Pierangelo Bertoli (Eppure soffia è un brano che non manca mai nei miei live), Piero Ciampi e Luigi Tenco. Nell’ultimo decennio abbiamo pubblicato sia dischi di inediti che di tributi. Tra gli ultimi album vorrei ricordare Oggi mi meritavo il mare, del 2018, dedicato alla memoria di mia moglie Roberta, scomparsa nel 2017, InCanto del 2020, Penne e calamai del 2021 e l’ultimo, di prossima uscita, composto da brani scritti da me e da una canzone di Giorgio Conte, Stringimi forte.

Oltre alla passione per la musica d’autore italiana, un altro tuo grande amore sono i Beatles…

Ho suonato per anni in una band tributo ai Fab Four, chiamata 909, con la quale ho partecipato anche a numerose edizioni del Beatles Day organizzato da Rolando Giambelli. Della band faceva parte anche un chitarrista che poteva vantare il possesso dello strumento che Bob Dylan aveva suonato al Folkstudio. Con questo gruppo abbiamo avuto delle grandi soddisfazioni.

La tua sensibilità umana, personale, oltre che artistica, è sempre rimasta legata all’impegno sociale…

Dal punto di vista artistico, sono sempre stato legato alla musica popolare e al rock, oltre che alla canzone d’autore, e queste influenze sono indubbiamente presenti nella mia musica. Non ho poi mai potuto fare a meno di rileggere i brani degli autori con i quali sentivo maggiori affinità. Ho anche messo in musica liriche di poeti contemporanei e ho partecipato ad un progetto musicale sulla Resistenza. Ma, soprattutto, ho lavorato per molti anni come sindacalista della CGIL, occupandomi prevalentemente di sicurezza nei luoghi di lavoro, e questa esperienza si riflette inevitabilmente nelle mie composizioni, insieme all’attenzione per le problematiche della contemporaneità, alle quali cerco però di trovare risposte valorizzando i sentimenti e le emozioni.

Chi sono gli attuali componenti della tua band?

È un ensemble ricco e numeroso, composto da musicisti con cui collaboro da diversi anni. Nell’ultimo disco hanno suonato Viki Ferrara e Gianfranco d’Adda alla batteria, mia figlia Marta al flauto e alla voce, Dan Shim Sara Galasso al violino, Joselito Carboni alla chitarra, Gianni Colombo alla tastiera e all’organo Hammond e Roberto D’Amico al basso.

In quest’ultimo periodo la tua attività live è stata molto intensa. Quali sono i tuoi progetti per l’immediato futuro?

Oltre al tributo a De André a Como, di cui abbiamo già parlato, farò delle serate per promuovere il mio nuovo album e porterò avanti anche il nuovo progetto di tributo a Franco Battiato (lo scorso 11 dicembre lo abbiamo proposto nella chiesa parrocchiale di Rescaldina).

Vorrei ringraziare Renato Franchi per la sua grande disponibilità e spero di rivederlo al più presto in uno dei suoi concerti ma, soprattutto, tornerò a breve ad occuparmi della sua musica.