Il songwriter pisano racconta le proprie esperienze musicali e personali

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A volte accade che nel petto di un musicista italiano batta un cuore a stelle e strisce. Così sentimenti, memorie, storie di casa nostra si rivestono di sonorità che vengono da oltreoceano – country, bluegrass, rock, blues – come a voler costruire un ideale ponte che congiunga il Mediterraneo con l’Atlantico, il Po con il Mississippi. Artisti come Andrea Parodi e Paolo Ercoli, che apprezzo e stimo da anni e con i quali si è stabilito un rapporto di amicizia e collaborazione, hanno trovato la loro seconda patria negli USA, lavorando con grandi musicisti americani, e sono stati spesso ospiti di queste pagine. Oggi, invece, è la volta di Luca Rovini, cantautore pisano il cui stile è stato accostato a quello di songwriters d’eccezione come John Prine e Townes van Zandt. È stato con grandissimo piacere che ho avuto con lui questo scambio di idee.

Ciao Luca, benvenuto nel mio blog! Vorrei chiederti, innanzitutto, come è nato il tuo amore per la musica degli States e chi sono stati i tuoi primi punti di riferimento.

Ciao Mary, grazie per la tua passione per la musica ed il lavoro che svolgi per dare visibilità ad artisti come me! Ho sempre sentito una forte attrazione verso la musica, perché mio padre suonava e quindi in casa essa è sempre stata presente. Lui aveva due gruppi, gli Apache e i Guitarmen, che interpretavano per lo più canzoni degli Shadows, dei Beatles, i successi dell’epoca ma anche brani loro (Senza una lira è un loro brano che prima o poi riprenderò). Per un breve periodo sono stati anche la band di Don Backy. Da piccolo mi sedevo sul divano e mettevo i suoi dischi dei Beatles nel mio vecchio mangiadischi. La musica mi affascinava, mi dava un senso di libertà, ma quella italiana non mi attirava: non riuscivo a rispecchiarmi in niente. Solo molti anni dopo ho apprezzato la grandezza di alcuni artisti italiani come De Gregori, De André, Gianmaria Testa, per citarne alcuni. Mio zio è un appassionato di musica e anche lui mi ha fatto conoscere tanti autori. Da ragazzino, i primi vinili che ho comprato erano dischi di jazz, Chet Baker, Miles Davis e Thelonious Monk, poi sono arrivato al blues di Lightnin’ Hopkins, Muddy Waters e John Lee Hooker e in seguito ho iniziato a scoprire i cantautori, perché mi incuriosiva chi aveva delle storie da raccontare.  Tieni conto che a scuola mi hanno sempre fatto studiare la lingua francese e non riuscivo a capire i testi in inglese. Ho quindi imparato l’inglese da solo, come tanti, seguendo i dischi con un vocabolario in mano (oggi con internet e i traduttori sarebbe stato molto più facile) e mi si è aperto un mondo. Sapevo che avrei voluto scrivere canzoni, e così è stato, e così è tutt’oggi. Alcuni personaggi mi hanno cambiato totalmente la vita. Quando vidi per la prima volta Dylan davanti ai miei occhi mi scesero delle lacrime, e mi successe anche con Willy DeVille e Gregg Allman quando sentii per la prima volta la loro voce dal vivo. Mi sono sempre piaciuti anche gli autori irlandesi e canadesi: Shane MacGowan e Gordon Lightfoot per me sono fra più grandi poeti della nostra epoca.

Vivendo a Pisa, hai avuto la possibilità di condividere questa tua passione per le sonorità americane con qualcuno?

A Pisa c’era un negozio di dischi che si chiamava “Magic Sound” e lì erano tutti appassionati della musica che piaceva a me: ci passavamo interi pomeriggi e in quel luogo ho avuto modo di scoprire tante cose meravigliose. Erano gli anni in cui Carlo Carlini faceva suonare in Italia tutti gli artisti che amavo. Con i miei amici partivamo da Pisa e tornavamo la mattina dopo, senza sosta, per andare a Sesto Calende a vedere Townes, Butch Hancock, Rick Danko, Peter Case, Dave Alvin e moltissimi altri. Quando il negozio di dischi chiuse, i proprietari aprirono un locale sempre a Pisa, il Borderline, e Carlo iniziò a portare lì tutti questi artisti. Mi ritengo fortunato: in quel locale ho ascoltato tanti dei miei eroi e vi ho suonato spesso. Lì ho aperto i concerti di Willie Nile e di Elliott Murphy, ho bevuto con Tom Pacheco, ho assistito alle performances di Steve Forbert e Tom Russell. Erano tempi magici. Devo tantissimo a tutte queste persone che ho menzionato.

Sei molto apprezzato per il fatto di essere riuscito a coniugare l’American Dream con una passione e un’energia tutta italiana, il roots rock, il country, il blues, il folk con liriche e storie di casa nostra. Il tuo songwriting è stato paragonato a quello di Townes Van Zandt e di John Prine, ma nei tuoi testi narri vicende ispirate all’attualità del nostro Paese, alla memoria o al tuo immaginario personale. Le sonorità a stelle e strisce sono, dunque, trasversali?

Come dicevo prima, la mia formazione musicale è principalmente rivolta alla musica americana perché sono i generi che sento miei. Non saprei spiegarti un motivo razionale: è una questione di stato d’animo. Quando ascolto il blues, il country, il rock mi sento a casa. Quando ho iniziato a suonare volevo scrivere e cantare solamente in inglese perché, ingenuamente, pensavo che quel tipo di musica andasse cantata così. La lingua inglese è anche molto più musicale e con poche parole si possono esprimere facilmente i concetti, mentre la lingua italiana è più spigolosa e necessita di molto più lavoro nella scrittura e di un approccio differente.  A un certo punto ho avuto la necessità di far capire cosa cantavo, perciò scrivere in italiano sembrava la giusta evoluzione per me. La mia sfida personale è diventata quella di suonare quel tipo di musica raccontando storie nella mia lingua, in qualche modo legate alla mia terra, ed è quello che continuo a fare. Mi piace scrivere di quello che ho intorno, persone e paesaggi, mi piace cantare di quello che so e che vedo, ma anche di leggende. Diciamo che, musicalmente parlando, vivo in un luogo immaginario ma ideale, dove le sonorità sono americane e la lingua italiana. Van Zandt e Prine hanno sicuramente influenzato il mio modo di scrivere. Di John Prine vorrei avere il sense of humour che egli è sempre riuscito a mettere nei suoi testi. Io ho molto senso dell’umorismo nella vita di tutti i giorni, ma non sono ancora riuscito a trasporlo nelle mie storie, se non raramente. Magari sarà la mia prossima sfida.

Credi che questo tuo approccio sia condiviso da molti?

In effetti non è facile in Italia avere spazio suonando questo tipo di musica, perché si trovano sempre i puristi del country, del rock’n’roll o del blues che non ammettono che certi generi siano cantati in italiano. Nel resto del mondo, in questo senso, c’è una mentalità molto più aperta e ricettiva.  Addirittura ho trovato chi mi ha detto che, quando canto, si sente troppo il mio accento pisano. In realtà mi piace questo aspetto: se si chiama musica “roots” un motivo ci sarà pure, perché il legame con le proprie radici è fondamentale. Sono contento di avere un pubblico che apprezza quello che faccio, sono riconoscente del fatto che esistano persone che comprano i miei dischi e che mi scrivono, e che ci siano ancora locali e festival che mi danno una possibilità, perché chi li gestisce ama la musica al di là di ogni confine e genere.

Quando e come è nata la collaborazione con Peter Bonta, che come è noto ha fatto parte di band del calibro di Nighthawks, Rosslyn Mountain Boys, Artful Dodgers, ha suonato con Bo Diddley ed è anche produttore dei tuoi ultimi album?

Considero Peter “my Brother from another Mother”. Lui è una delle persone migliori che io abbia mai conosciuto, oltre a essere un grandissimo artista. È il musicista che avrei sempre voluto nelle mie canzoni… e alla fine ci siamo incontrati. Peter è di Washington D.C., ma ha radici a Firenze. La sua famiglia conosceva Pietro Annigoni, un grande pittore, e mio padre quando era ragazzo andava ad imparare a dipingere nella bottega di Annigoni. Incontrare Peter era forse un passaggio obbligato del destino nel cerchio dell’arte, ma vorrei raccontare com’è successo. Nel 2015 stavo registrando il mio disco “La barca degli stolti” e volevo coinvolgere due chitarristi americani che adoro: uno era Don Leady dei Tail Gators, che poi ha suonato in vari brani di quel disco, e l’altro era Evan Johns. Ero in contatto con Evan da qualche anno, ci scrivevamo di tanto in tanto e ci mandavamo cartoline o bicchierini per la grappa (gliene mandai uno a forma di torre di Pisa che apprezzò particolarmente), gli spedii alcuni demos e gli chiesi se voleva registrare la sua parte di chitarra. Mi disse subito di sì: lui era veramente un chitarrista straordinario e gli piaceva quello che facevo.

Quindi è stato grazie a lui che hai incontrato Peter…

Esatto… Evan aveva registrato il suo ultimo disco proprio con Peter Bonta e Bubba Coon. In quel periodo iniziò, purtroppo, a stare male, e mi scrisse dopo un po’ dicendo che gli dispiaceva tantissimo, ma che non ce la faceva proprio a registrare con me. Così, quando seppe che Peter si voleva trasferire in Toscana, gli parlò di me e gli disse di cercarmi. La prima volta che io e Peter abbiamo suonato insieme era nel gennaio 2017, mentre a marzo Evan morì. Non ha registrato su un mio disco, però mi ha fatto un bellissimo regalo e lo ringrazierò sempre. Per un’amante della musica americana come me, suonare con Peter è uno spasso: lui sa sempre dove sta andando la musica, sa come mettere al servizio della canzone i suoi strumenti e poi ha sempre delle storie incredibili da narrare. A volte, mentre stiamo provando, all’improvviso inizia a raccontare di quando era in studio con Tom Dowd, con David Briggs o di quando suonò con Doug Sahm… per me è il massimo!

Dopo l’ottima accoglienza che ha ricevuto il tuo disco del 2018, “Cuori Fuorilegge”, il lockdown del 2020 ha sconvolto i tuoi piani, per così dire; tuttavia hai saputo “approfittare” di questo momento di “stop” forzato per realizzare un altro disco, “Dieci canzoni per dipingere il cielo”, registrato in acustico con Paolo Ercoli, prodotto da te e dedicato alla tua famiglia (nelle note di copertina citi infatti la tua fidanzata, le tue figlie e tuo padre) ; vorresti parlarci di come è nata l’ispirazione per questo album?

Subito prima della pandemia avevo in programma di entrare in studio e registrare con la band il seguito di “Cuori Fuorilegge”. Poi è successo quello che tutti sappiamo, e ci siamo dovuti fermare. Avevo tante canzoni già pronte: per il disco con la band avrei dovuto sceglierne alcune e lasciarne fuori molte altre. All’inizio pensavo che il lockdown non sarebbe durato così a lungo ma, quando ho visto che le cose si mettevano male, ho pensato di fare l’unica cosa che potesse evitare di farmi impazzire, cioè suonare e scrivere. Ho scelto, fra i brani che avevo a disposizione, quelli che avrebbero suonato bene in acustico e ho lasciato gli altri per un futuro disco con la band. Ne ho anche scritti alcuni per l’occasione e poi ho iniziato a registrare. Paolo Ercoli aveva già suonato in alcuni miei album: è un musicista fantastico con il dobro e con il mandolino ed era l’ideale per questo tipo di disco. Quando suona la slide ha un’intonazione perfetta e un grande gusto, e questo non è così scontato. “10 canzoni per dipingere il cielo” è un disco che ascolto ogni tanto in macchina e mi piace come è venuto fuori. Sono storie semplici, suonate in modo essenziale, che mi hanno aiutato a lasciarmi alle spalle un periodo veramente brutto. Dove il cielo bacia il mare è una canzone che mi ha dato forza quando l’ho scritta, e me ne dà ancora quando la canto. Credo che possa riflettere la realtà di molte persone. È un piccolo messaggio di ottimismo.

C’è anche un brano dedicato a tuo padre…

Dipingere il cielo è una canzone che ho scritto per lui ed è un po’ la storia della sua vita: musicista, pittore, nato sotto le bombe della seconda guerra mondiale. Non ha mai conosciuto suo padre, perché non gli hanno mai voluto dire chi fosse. Così si portava dietro un bel po’ di dolore, oltre a un nome che non era suo. Per questo ha sempre cercato di dare un senso di bellezza a quello che aveva intorno, con la musica, con la pittura e con l’amore per la famiglia. Mi piaceva vederlo in mansarda, mentre metteva tutti i suoi colori su una tela, fumando la pipa. Veniva dalle vecchie botteghe e dalla scuola della tradizione, in cui si costruivano le tele a mano e si ottenevano i colori per la pittura con una ricetta a base di polveri colorate, vino bianco e uova. Da quando non c’è più ho ripensato spesso questa immagine e ho avuto la sensazione che lui, con la sua arte e col suo amore, volesse dipingere il cielo con le tonalità che non aveva potuto avere da bambino. La copertina del mio disco “La barca degli stolti” è un suo quadro e l’album prende nome dal titolo del suo dipinto. In esso è raffigurata una barca che cade a pezzi in un mare apparentemente calmo, mentre sopra di essa tutti gli stolti continuano a fare festa. Un’immagine molto attuale.

Con “L’ora del vero” sei invece riuscito a realizzare un disco con tutta la band, ritornando, per così dire, insieme ai tuoi compagni d’avventura (i Compañeros) sul percorso interrottosi a causa della pandemia…

Sì, “L’ora del vero” è stato una boccata d’aria fresca. Sentire nuovamente il volume delle chitarre elettriche, il suono del basso e della batteria è stata una scossa di energia. Abbiamo fatto presto a registrarlo, perché li avevamo già suonato i brani qualche volta e tutti avevamo voglia di riprendere il lavoro da dove ci eravamo interrotti. È stato un peccato non poterlo “portare in giro” suonando dal vivo fin da subito, ma ha avuto comunque un’ottima accoglienza e delle recensioni positive. (link alla recensione sul sito “L’Isola che non c’era”: http://www.lisolachenoncera.it/rivista/recensioni/lora-del-vero/ )

Perché questo titolo? Sembra che tu voglia manifestare un bisogno di sincerità, di autenticità…

Volevo realizzare un disco che parlasse dei nostri tempi, anche se molte delle canzoni erano state già scritte prima della pandemia: in qualche modo sono tutte storie che ti mettono davanti la realtà, a volte bella e divertente e a volte no. Per molti aspetti, questo particolare momento storico mi sa un po’ di “resa dei conti”. Ho scelto il titolo “L’ora del vero” perché ho la sensazione che ci sia un gran caos in giro e nessuna idea costruttiva; forse è giunto il momento di mettere le carte in tavola e decidere cosa è giusto fare, è l’ora di togliersi le mani dagli occhi, di stabilire quali siano le priorità, che cosa sia vero e cosa no. Viviamo in un paese dove la politica si basa su idee vecchie e corrotte, che si sono rivelate perdenti in ogni aspetto della vita sociale quotidiana. La classe dirigente ha fallito, i sindacati si sono svenduti e hanno fallito ancora di più, affoghiamo nelle amministrazioni, nella burocrazia, nei vincoli, abbiamo milioni di leggi scritte da chi le leggi nemmeno le conosce. “L’ora del vero” è una speranza affinché le nuove generazioni capiscano che è giunto il momento di grossi cambiamenti. Abbiamo bisogno di menti giovani e con una visione positiva della realtà.

Questa esigenza emerge nella maggior parte dei brani, anche se ci sono alcune canzoni più intimiste…

Per questo disco mi è piaciuto tradurre Steve Earle e Bob Dylan e ci sono canzoni che sono venute fuori proprio come erano nella mia testa, ad esempio Angeli ubriachi sulla via con il piano, o Una lunga strada rossa, che non avevo mai fatto ascoltare alla band e che quindi è “cresciuta” spontaneamente in studio. Coi tacchi sporchi è un’altra che amo cantare perché è seria ed ironica al tempo stesso: forse ci ritroveremo davvero a mangiare l’amore, ma sicuramente avremo i tacchi sporchi e sapremo come scaldarci, non saremo rimasti sul divano a guardare l’autunno che se ne va. Alla fine sentivo che mi mancava solo una cosa per chiudere il disco, un brano acustico e semplice. Aspettiamoci a casa l’ho scritta un sabato mattina e il pomeriggio l’ho registrata. È un invito a non abbandonare chi cade lungo la strada, un invito a porgere la mano e continuare il cammino senza arrendersi. Oggi è molto più facile cambiare strada a ogni difficoltà, ma questo cambio di direzione è sempre una sconfitta. Non è forse vero che nel calore di un abbraccio si ferma il tempo e ci si sente sempre a casa?

Quali sono i tuoi progetti imminenti?

Finalmente riprendiamo a suonare un po’ dal vivo. Abbiamo alcune date con la band al completo e magari con qualche ospite. Il 29 aprile ricominciamo dal Big Boss Man a La Spezia, il 28 maggio saremo a Marina di Pisa e il 30 giugno al Gattarossa di Calamoresca, un posto magico. Io e Peter parteciperemo poi al Townes Van Zandt Festival, il 14 maggio a Figino Serenza, e sarà l’occasione ideale per rivedere tanti amici. Suoneremo inoltre con tutta la band al Buscadero Day il 23 luglio. Le prossime date sono comunque pubblicate sul mio profilo Facebook. Dopo l’estate vorrei tornare in studio per registrare un nuovo disco con i Compañeros: ho varie idee e vorrei esplorare anche nuovi suoni. Poi si vedrà; nel frattempo continuerò a fare quello che ho sempre fatto: lavoro per mangiare e scrivo canzoni e suono per vivere.

Vorrei ringraziare Luca per le sue parole, che denotano una grande passione per la musica e per la vita. Il suo cuore “a stelle e strisce” è ricco di sentimenti sinceri ed autentici, che emergono nelle sue canzoni e nelle sue performances. Ci rivedremo al Townes Van Zandt Festival!