Il numero 11 è un numero primo, il più piccolo numero primo palindromo nel sistema metrico decimale. Viene associato al pianeta Urano e all’Acquario, undicesimo segno dello Zodiaco, corrispondente all’omonima Era, caratterizzata da uno stile di vita nel rispetto dell’ambiente, fratellanza e solidarietà.

Nell’esoterismo, l’11 è il primo “numero maestro” poiché fa parte di una nuova decade numerica (10+1). Nei Tarocchi l’Arcano maggiore 11 corrisponde alla “Forza”. Nella numerologia, l’11 simboleggia le qualità di grande apertura mentale e capacità di visione d’insieme. Per contro, a questa cifra vengono attribuiti anche eventi funesti, quali l’attentato terroristico dell’11 settembre 2001 o il terremoto/maremoto che ebbe luogo in Giappone l’11 marzo 2001.

È evidente, da questi e altri analoghi esempi reperibili in Rete, che questo numero sia dotato di un indubbio fascino. E a questo aspetto, ma non solo, è dedicato il nuovissimo libro di Glauco Cartocci, uscito qualche giorno fa: Solothurn, il dominio dell’Undici (acquistabile su Amazon).

I couldn’t put it down è un’espressione idiomatica inglese che si utilizza quando la lettura di un volume ci entusiasma e ci cattura al punto che non riusciamo a smettere di leggerlo finché non lo abbiamo terminato. E questo è quanto è successo a me. Ho iniziato, con qualche lieve diffidenza, a seguire le vicende della “strana coppia” composta dall’illusionista Dwight Sherwood e dall’astrologo-mentalista Irwin Wakefield, coinvolti loro malgrado da una affascinante signora non vedente in una inquietante “quest”, vale a dire la ricerca di due quadri dipinti utilizzando una sostanza dagli oscuri poteri, la “carnemonia” o “bruno di mummia”. Pagina dopo pagina, ho seguito con curiosità e attenzione sempre crescenti i due improbabili avventurieri lungo tortuosi percorsi fino in Islanda, terra selvaggia e inospitale, e in Vaticano, lasciandomi coinvolgere in un intrigante episodio di connivenza tra le alte sfere clericali e i servizi segreti. In seguito, ormai attirata dal romanzo come da una calamita, sono giunta insieme ai protagonisti a Solothurn, la cittadina svizzera che dà il titolo al romanzo, nella quale la simbologia del numero 11 è ricorrente.

Pensavo si trattasse di un luogo di fantasia, e invece Solothurn esiste veramente: situata nell’undicesimo omonimo cantone elvetico, tra Berna e Zurigo, in italiano assume il più rassicurante nome di Soletta. Sede del più antico e importante festival cinematografico della nazione, il comune si caratterizza per la presenza di 11 chiese, 11 musei, una torre dell’orologio che segna 11 ore ed altre attrazioni nelle quali compare la medesima cifra. Nel romanzo dell’autore romano la località è sede di una misteriosa associazione, fondata da uno scienziato dedito a studi sull’allargamento della coscienza, per conto della quale i due malcapitati “eroi” hanno inconsapevolmente svolto le proprie rischiose ricerche…

Avventura, mistero, ironia, delitti si intrecciano nella narrazione, sempre ricchissima di dettagli e di colpi di scena. Non mancano un paio di ammiccanti citazioni beatlesiane, ma se qualche lettore un po’ distratto non dovesse riuscire a coglierle l’autore le svela, provvidenzialmente, nella postfazione. Cartocci si è inoltre concesso qualche divertissement, inserendo gustosi riferimenti a persone e luoghi da lui conosciuti e frequentati. È impossibile non lasciarsi trascinare in questo vortice di eventi che, inaspettatamente, conducono ad un finale aperto che presumibilmente porterà a futuri sviluppi… Chissà che cosa ha in serbo per noi in futuro l’autore, frequentatore di generi diversi ma indubbiamente maestro – come l’ 11, “numero maestro” per eccellenza  – della detective story “sui generis”: pensiamo al precedente (2006) Com’era nero il vinile, il thriller a tempo di rock in cui un investigatore molto particolare è sulle tracce di un serial killer, tra vinili contraffatti e digressioni sul potere salvifico della musica.

Se l’11 è un numero visionario, profetico, portatore di illuminazione, consapevolezza spirituale, conoscenza superiore, Solothurn è un romanzo che, con leggerezza ed ironia, conduce il lettore in una spirale che lo innalza dalla prosaicità delle prime pagine alle vette della massima tensione e lo tiene “sulla corda” anche in prossimità dello scioglimento della vicenda. Come la sostanza lisergica elaborata da Riedhausen, questo libro allarga la coscienza del lettore, intrattenendolo e nel contempo fornendogli molteplici stimoli in varie direzioni, stimolandolo ad indagare diversi campi del sapere: arte, filosofia, storia, esoterismo. E come il numero a cui è ispirato, esso suscita desiderio di raggiungere nuovi traguardi e nuove realizzazioni.

Non mi resta che augurarvi buona lettura…e buon viaggio verso Solothurn!