Il “Re Nudo Pop Festival” all’Alpe del Viceré (1973)

L’Alpe del Viceré è un altopiano situato sul monte Bolettone a 903 mt. di altitudine, nel comune di Albavilla (Como), nell’area denominata “Triangolo Lariano”. La località prende il nome da Eugenio di Beauharnais, figliastro di Napoleone da lui nominato Viceré d’Italia, che aveva acquistato l’area per costruire un fabbricato dove alloggiare i propri cavalli. Nelle epoche successive la zona passò ad altri proprietari e il fabbricato reale venne trasformato nell’albergo “La Salute”; dopo il 1930, l’area ospitò un campeggio dell’Opera Nazionale Balilla, un villaggio alpino per i figli degli italiani all’estero e truppe militari durante la seconda guerra mondiale. La zona riveste anche un notevole interesse speleologico: al di sotto del pianoro dell’Alpe si trova infatti la grotta del Buco del Piombo, formata da rocce di tipo carsico, che fa parte di un insieme di gallerie esplorate solo per 5 km, ma molto più estese. A livello paleontologico, invece, sono riconoscibili sull’altopiano rocce dell’età giurassica inferiore (180-200 milioni di anni fa) e sono stati rinvenuti fossili di ammoniti.

L’Alpe è una delle mete predilette per le gite fuori porta dai turisti dell’area comasca, milanese e lecchese, poiché dispone di un ampio parcheggio, di diversi ristoranti tipici e di percorsi escursionistici che permettono di raggiungere, con semplici passeggiate della durata di circa un’ora, luoghi come la Baita Patrizi (attualmente chiusa), la Capanna Mara, la vetta del monte Bolettone (1310 mt) e la già citata grotta del Buco del Piombo.  Dalla cima del Bolettone si gode di uno splendido panorama sul lago di Como, sulla Brianza, sulla Grigna e sul Resegone, mentre dalla Capanna Mara si possono ammirare i laghi di Pusiano e di Annone per poi proseguire verso la vetta o verso il rifugio Riella.

Quella che è ora soltanto una location molto amata dai gitanti della domenica fu però, quasi 50 anni fa, teatro di una manifestazione memorabile, vale a dire della terza edizione del festival musicale organizzato da “Re Nudo”, rivista impegnata nel conciliare le due anime della contestazione giovanile: quella anarchica e non violenta e quella attivistica e rivendicativa.

L’evento di Albavilla ebbe luogo il 15, 16 e 17 giugno 1973 e l’idea che ne stava alla base di era di realizzare qualcosa di simile a quanto era avvenuto a Woodstock e all’isola di Wight. Dopo le prime due edizioni del Re Nudo Pop Festival, che ebbero luogo a Ballabio (LC) e Zerbo (PV), si trattava dunque del terzo tentativo di emulare in territorio italiano i grandi raduni d’oltreoceano all’insegna di pace, amore e musica. Ma non solo: «Volevamo combattere l’industria discografica e il suo modello capitalistico di sfruttamento degli artisti e del pubblico. Per noi, la musica era un mezzo per creare rapporti fra le persone, e dunque fare politica» dichiarò in una intervista a “Repubblica” Andrea “Majid” Valcarenghi, fondatore del periodico underground promotore delle sette edizioni (dal 1971 al 1977) della manifestazione.

Quella che ebbe luogo sull’altura soprastante Albavilla venne definita come la “prima occupazione a scopo di intrattenimento pop” in Italia. Preoccupate per l’ordine pubblico, le autorità locali (tra le quali lo stesso sindaco di sinistra del paesino, Giovanni Pontiggia) ritirarono infatti il permesso inizialmente concesso per l’utilizzo del suolo pubblico e per l’allacciamento ad acqua e elettricità; l’evento venne quindi ufficialmente annullato, ma gli stessi organizzatori non riuscirono a impedire alle decine di migliaia di persone, che avevano percorso a piedi i sette chilometri in salita per raggiungere la località, di arrivare ugualmente nel luogo del raduno.

Nel frattempo, iniziarono a circolare anonimi volantini che volevano mettere in allarme gli abitanti della zona, mettendoli in guardia contro la presunta “gentaglia di ogni estrazione morale, anzi immorale, che con promiscuità, nudità, droga, forse furti, ecc… ne faranno di tutti i colori” e invitandoli a tenere in casa i bambini e a non offrire passaggi o cibo agli sconosciuti. Dal punto di vista dello spettacolo musicale, proprio per i motivi di cui sopra, l’organizzazione risultò inizialmente difficoltosa, non essendoci né il palco né l’amplificazione, ma i musicisti presenti riuscirono a suonare ugualmente, riunendo attorno a sé piccoli gruppi di spettatori e trasformando l’evento in una sorta di performance diffusa su tutto lo spazio disponibile, nella splendida cornice rappresentata dal paesaggio prealpino.

Per i primi due giorni il ritrovo fu dunque una sorta di “be-in”, in cui non succedeva niente di organizzato, mentre dieci-quindicimila giovani, immersi in una splendida vallata circondata da boschi e prati, “stavano insieme mangiando, vivendo in modo diverso” come ebbe modo di commentare un inviato del Corriere della Sera. “Un posto dove la musica nasceva qua e là, improvvisata da diversi gruppi spontanei che con decine di inverosimili strumenti (lattine, bongos, chitarre, flauti, bottiglie) creavano una atmosfera fantastica” si legge sulla rivista “Qui Giovani” del 5 luglio 1973. Il sabato sera erano presenti, secondo la testimonianza di alcuni periodici dell’epoca, ventimila persone. La situazione cambiò poi favorevolmente l’ultimo giorno, la domenica, quando Franco Battiato, che si presentò abbigliato in una mise glam stellata, mise a disposizione il suo impianto e con le sue attrezzature venne allestito un piccolo palco, mentre il synth fu posizionato su delle cassette di acqua minerale.

Illustrazione tratta da Ciao 2001, “Sette giorni giovani” n. 27 dell’8 luglio 1973

Due furono i concerti di Battiato, il pomeriggio e la sera; seguirono gli Aktuala, le cui sonorità precorrevano la world music, Donatella Bardi, Yu Kung, Claudio Fucci, i Supermarket, i Dedalus – reduci dal successo al Festival d’Avanguardia di Napoli – e infine, a notte fonda, gli Atomic Rooster, che improvvisarono un set per tutti i “superstiti”. La domenica sera, in particolare, lo scenario notturno era estremamente suggestivo, “con i pendii della vallata pieni di gente, sul fondo la pedana illuminata da un gioco di luci colorate grazie ai tecnici di Battiato, sullo sfondo il verde del bosco che, rischiarato a tratti dai riflettori gialli e rossi, sembrava incantato. I fuochi accesi a centinaia e la luna piena erano l’ultimo tocco necessario per questo magico raduno. Gli organizzatori hanno ringraziato Battiato non solo per la sua esibizione, ma anche per aver messo tutto quanto poteva a disposizione di tutti” (“Qui Giovani”, cit.)

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Tra i musicisti intervenuti, ricordiamo Acqua Fragile, Area, Claudio Rocchi, Come le foglie, Drogheria di Solferino, Lucio Dalla, Ivan della Mea, Latte e Miele, Stormy Six e Massimo Villa. Altri gruppi, preoccupati per il boicottaggio da parte delle istituzioni locali, rinunciarono a prender parte alla manifestazione. Partecipò invece il collettivo teatrale “La Comune” di Dario Fo, mettendo in scena il celebre Mistero buffo. Il pittore brasiliano Antonio Peticov, ideatore del manifesto dell’evento, realizzò inoltre due grandi cupole geodetiche che servivano da punto d’incontro e di ristoro, trasformando l’installazione artistica in una struttura funzionale per la collettività, che fungeva, tra l’altro, da ristorante macrobiotico e osservatorio per UFO.

La rivista underground “Cerchio Magico”, qualche mese dopo, riportava queste impressioni: “Il movimento magico inizia…si rinnova la vibrazione, la gioia di ritrovarsi ancora una volta, di sentire che un nuovo popolo è nato, un popolo colorato, rivoluzionario, pieno di bellezza, amore… il rito è sempre uguale, ma ogni volta è più bello: le voci, i passi, i giochi, i capelli, le menti ricche di viaggi in India, di musica rock e folk, di rabbia e di amore, e le donne-fate-dai-lunghi-vestiti-colorati e i bambini-angeli-biondi-nudi- e-felici e la strada che sembra interminabile, ora che l’ora della gioia è a un passo… Occhi pieni di stanchezza sotto i sacchi a pelo, mani che si toccano, cercare i vecchi amici e cercarne di nuovi; e tutto in un grande prato, con mille fuochi e ombre tranquille e odore di erba; una santa realtà tutta da vivere e da scoprire”. Il tono dello scritto riflette in pieno il mood dell’epoca, tra “gente meravigliosa” e “intense vibrazioni”, mentre la musica, “intesa come quella delle canzoni, dei gruppi, non c’è, ma c’è la musica dei corpi e dei capelli, che è la più bella che possa esistere”. L’atmosfera non fu del tutto idilliaca, perché l’autore dell’articolo descrive anche dei dissapori tra persone più pacifiche ed altre pronte allo scontro, che vennero però placati. Tra i servizi offerti, una “free clinic” dove le vittime di qualche “bad trip” potevano riprendersi. La conclusione del report è significativa: oltre a descrivere la presenza estranea di qualche curioso capitato casualmente sul posto e subito allontanatosi, l’autore esalta il ricordo di questi “tre giorni e più di vita, di emozioni intense, di visioni, e l’erba del prato è un’unione mistica con i corpi e le note, strade ricche di speranze. Siamo tutti in questo prato, in questi boschi, su questi sentieri e il resto non conta, abbiamo creato un nuovo mondo, un paradiso terrestre e la voglia è che non finisca mai”.

Un breve documentario basato su riprese di Angelo Verderio, inserito nel DVD allegato al libro-cofanetto “Re Nudo Pop & altri festival” di Matteo Guarnaccia (ed. VoloLibero, 2010) mostra, per quanto le riprese non siano nitide, la costruzione delle cupole geodetiche, la suggestiva location, le persone e l’atmosfera dell’happening, con un frammento dell’esibizione di Franco Battiato.
Gianfranco D’Adda, allora batterista nella band del cantautore siciliano, ricorda così l’evento:

“Quando Franco ricevette dalla rivista Re Nudo la proposta di partecipare a questo importante evento, ce la trasmise e noi la accogliemmo con grande entusiasmo. Arrivammo la domenica mattina verso le 10 e ci sorprendemmo per il contrasto tra l’atmosfera idilliaca del paesaggio naturale affollato di persone, che sembrava incantato, e le carenze sul piano organizzativo. Le difficoltà iniziali vennero però subito superate, perché Franco parlò con gli organizzatori e rese immediatamente disponibili le proprie attrezzature e l’impianto di amplificazione. L’emozione fu straordinaria: la nostra esibizione si basò sulla totale improvvisazione sonora e ritmica, con musica elettronica, e nei video che documentano la performance si evidenzia questo aspetto. Io ero talmente concentrato durante i due concerti, della durata di un’ora ciascuno, che queste sensazioni mi sono rimaste dentro in profondità. Era come vivere una dimensione trascendente, che andava al di là del semplice fatto di suonare: le note ci trasportavano, e vedere queste migliaia di giovani davanti a noi è stata un’esperienza di grande valore artistico, culturale e spirituale. La componente musicale era legata poi a quella della ristorazione, in quanto la possibilità di assaggiare la cucina macrobiotica fu per me un’esperienza intensa, memorabile. Il mio rammarico è che, nel giro di pochi anni, questi eventi cessarono. Ancora oggi c’è, a mio avviso, la necessità di riconquistare questi spazi e di riproporre queste dimensioni, che sono davvero straordinarie perché uniscono musica, arte, natura, ecologia, pacifismo, istanze che lì erano tutte presenti, al di là di qualche dissidio che si verificò, subito rientrato. La partecipazione a questo evento ci diede la spinta per la continuità del nostro lavoro; da quell’esperienza ci arrivò infatti una notevole forza, a dimostrazione del fatto che eravamo sulla strada giusta. Vorrei cogliere l’occasione per ricordare due nostri compagni di avventura che purtroppo non ci sono più, Mario ‘LP’ Dalla Stella e Gianni Mocchetti, con i quali abbiamo condiviso questo momento e tanti altri successivi, in cui la sperimentazione era davvero la matrice, la chiave espressiva dell’arte di Franco Battiato”.

Gianfranco D’Adda oggi

A conclusione della kermesse, i partecipanti al festival diedero un grande esempio di civiltà, ripulendo tutta l’area dell’evento. Sempre su “Qui Giovani” è presente una testimonianza al riguardo:
“Uno dei pochi abitanti del luogo che non si era ricreduto sui ‘capelloni’, uscendo dal campo ha detto al figlio di 5-6 anni: ‘guardali bene, questi sono i rifiuti della società’, rispecchiando in sostanza le vedute del giornale locale che aveva espresso lo stesso concetto in un corsivo pieno di insulti contro il festival e i capelloni.
Alla fine di tutto, quando oltre cento di questi ‘sudici capelloni’, sacchi alla mano, ripulivano i 60.000 mq di tutti i rifiuti, compariva un cartello, diretto evidentemente al giornale della provincia e a tutti i bigotti del paese: ‘Siamo noi i rifiuti della società o siete voi la società dei rifiuti?’”

Tre anni più tardi, l’edizione del “Festival del Proletariato Giovanile” che si tenne al Parco Lambro di Milano passò purtroppo alla storia per episodi di molestie a femministe e gay, razzie “mascherate” da espropri proletari, lanci di polli surgelati e violenze su tossicodipendenti e spacciatori, decretando idealmente la fine del movimento giovanile e l’inizio degli anni di piombo. L’episodio venne letto come “la disfatta del pop festival nella sua valenza sociale e il fallimento del progetto di Re Nudo di coniugare lotta politica e controcultura”; inoltre, le mutate condizioni sociali alimentavano il disagio insieme al crescente diffondersi dell’eroina, “trasformando dunque il raduno musicale in un’occasione di sfogo per rabbia e disperazione” (Giovanna Lo Monaco, dal sito culturedel dissenso.com). Lo stesso Valcarenghi, nel 1977, lasciò l’Italia per recarsi in India e, tre anni, dopo, la più famosa pubblicazione “alternativa” italiana chiuse i battenti, per poi risorgere, con nuovi presupposti, una quindicina anni più tardi.

Tra i tranquilli escursionisti che frequentano l’Alpe del Viceré oggi, non sono molti quelli che hanno vissuto in prima persona l’esperienza del festival del 1973. Anche successivi tentativi di ripeterlo nella stessa location, in tempi recenti, non sono andati a buon fine. Resta, ora, soltanto la possibilità di ripensare a quei momenti, ricercando nel contatto con la natura, splendida ed incontaminata come allora, la rigenerazione del proprio spirito. Restano i ricordi, le testimonianze, la musica, le immagini; resta, nel mio caso, la nostalgia di un periodo che, per motivi generazionali, non ho vissuto, ma che esercita su di me grande attrattiva e fascino per l’utopia che rappresenta: la fusione tra pace, amore e musica come valori assoluti a cui improntare la propria vita.